A 33 anni dalla strage di via D’Amelio in cui persero la vita Paolo Borsellino e la sua scorta, il fratello Salvatore Borsellino continua a battersi per la verità. Lo fa con strenua tenacia e un’immensa tenacia, ma soprattutto con tanto coraggio.
Mentre si commemorano le vittime, la morte del magistrato e della sua scorta, come quella di Giovanni Falcone e dei suoi collaboratori, un filo rosso lega le due stragi e tanti aspetti rimangono avvolti da un muro imperturbabile di silenzio e una incrollabile linea subdola di complicità ad alti livelli che tardano ad essere svelate.
Le inchieste non approdano mai alla verità finale, quella compiuta e inequivocabile in grado di attestare non soltanto l’identità degli esecutori materiali ma soprattutto quella dei veri mandanti. Le stragi di mafia furono due stragi di Stato e qualche esponente dello Stato sapeva ma non ha fatto niente per evitare quelle morti o peggio ancora le ha permesse, se non addirittura volute. I pupari impuniti.
Ancora adesso non è stato chiarito quali fossero i veri rapporti, probabilmente viziati e torbidi, inquinati e incestuosi, tra pezzi di Stato e la Mafia, una violenta organizzazione criminale che ha potuto beneficiare di coperture che hanno permesso ai suoi vertici di rimanere latitanti a spasso per lunghi anni e soprattutto di decidere indisturbati la morte di tanti innocenti. La stagione delle stragi è il manifesto della crudeltà armata dalle ambiguità, l’efferatezza accompagnata dalla viltà di chi ha eseguito le sentenze di morte e la mostruosità di chi ha ideato e avallato quelle detonazioni. Una vergogna che manca di tante risposte.
La storia d’Italia sarà mai riscritta? Il dubbio è forte e l’impressione è che la verità rimanga molto lontana, avvolta da un cono d’ombra che resiste, intrappolata tra dinamiche inquietanti che non si piegano nemmeno al tempo.
C’è una frase, un pensiero che riassume il senso di tutto. In una intervista ad Andrea Purgatori, nel 2019, Salvatore Borsellino così parlava su questa drammatica vicenda e la sua lucide e amara riflessione è di assoluta attualità: “Il mio timore è che venga fuori una sentenza, tra qualche anno, in cui si dice che il fatto non costituisce reato. E cioè che c’è stata una trattativa ma che sarebbe avvenuta per una pretesa ragion di Stato, che però non costituisce reato e quindi non può portare ad una condanna di chi vi ha partecipato. Spero per quel giorno di essere già morto e di essere già andato a raggiungere mio fratello. Non potrei accettare una sentenza del genere”.


