HomeEditorialiGarlasco, quando il colpevole "ideale" nasconde quello vero

Garlasco, quando il colpevole “ideale” nasconde quello vero

Se le indiscrezioni di queste ore troveranno conferma in un’aula di tribunale, il delitto di Garlasco smetterà di essere “solo” un tragico caso di cronaca nera per trasformarsi nel più grande fallimento della giustizia italiana dell’ultimo ventennio. Oltre il ragionevole dubbio, crolla tutto nella voragine investigativa che ha diviso l’Italia e che ora la sta sconvolgendo.

Va detto in premessa che Andrea Sempio è indagato ma al momento non è colpevole e per lui deve valere, fino in fondo, il principio di presunzione di innocenza. L’ombra che si allunga su Sempio, tuttavia, non è più quella di un sospettato di omicidio, ma quella di un uomo che, secondo la tesi della Procura di Pavia, sarebbe riuscito a mimetizzarsi nel silenzio per quasi 20 anni e che sarebbe passato indenne, mentre un altro uomo, Alberto Stasi, scontava – e sconta ancora adesso – una pena in nome di una verità drammaticamente monca. L’impressione, che col passare dei giorni si fa inesorabile certezza investigativa, è che la soluzione fosse lì, a portata di mano, nascosta tra i faldoni di un’indagine che all’epoca scelse di non vedere e di seguire una sola direzione, ignorando tutti i segnali che portavano altrove e che oggi gridano vendetta.

Non si può parlare di “svolta” senza parlare in premessa di carenze. L’impronta numero 42 che sarebbe compatibile con Sempio, il DNA sotto le unghie di Chiara Poggi, l’impronta 33 sul muro, l’ormai “famoso” scontrino prodotto per giustificarsi quando non era ancora nemmeno sospettato, parole e pensieri deliranti su quel sito dei “seduttori” e poi l’auto-confessione in macchina: sono pezzi di un puzzle che si vanno a comporre e che, tuttavia, erano già disponibili, eppure sacrificati sull’altare di un teorema accusatorio che vedeva in Stasi l’unico colpevole possibile, forse perché più funzionale a una narrazione già scritta e preconfezionata su misura. Se Sempio è riuscito a farla franca fino ad ora, non è stato per un piano diabolico, ma per una miopia giudiziaria che ha preferito la comodità di un colpevole “ideale” alla complessità di una ricerca della verità senza pregiudizi.

Così, mentre la difesa di Stasi prepara le carte per una revisione del processo che appare non più rimandabile, si fa imbarazzante per il Paese l’eco di un “mostro” che in realtà sarebbe un innocente sbattuto in galera senza elementi certi. Un ragazzo che potrebbe aver passato anni dietro le sbarre per colpa di un sistema che ha smesso di dubitare e ha decretato una condanna “macchiandosi” di una sequenza impressionante di errori. La nuova inchiesta non sta solo cercando l’assassino di Chiara; sta mettendo sotto processo il modo in cui lo Stato amministra la giustizia. Se il DNA e il movente di un approccio respinto dovessero blindare le accuse contro Sempio, ci troveremmo di fronte a una verità sconcertante: quella di una ragazza che non ha avuto giustizia per quasi vent’anni e di un uomo la cui vita è stata demolita da una burocrazia del sospetto che ha guardato ovunque, tranne che nella direzione giusta. L’unica in cui si poteva e si doveva guardare.

La giustizia forse o quasi certamente ha operato per esclusione invece che per dimostrazione, trasformando Alberto Stasi nel capro espiatorio di un’incapacità investigativa collettiva. Mentre le attenzioni degli inquirenti si concentravano maniacalmente sui graffi di un pedale o sulla pulizia di un pavimento, un profilo genetico ignoto rimaneva incastrato sotto le unghie della vittima, muto testimone di una colluttazione che la scienza di allora aveva già i mezzi per decifrare, ma che la volontà investigativa decise di declassare. E con quel profilo genetico diversi altri elementi coincidenti con il profilo del possibile killer.

Se Stasi verrà scarcerato e Sempio andrà alla sbarra, non sarà un trionfo della giustizia. La legge avrà semplicemente smesso di sbagliare con 19 anni di ritardo, lasciandoci in eredità il peso di un dubbio ancora più inquietante: quante altre “verità” giudiziarie poggiano oggi su fondamenta altrettanto fragili, in attesa di una scienza o di un coraggio che arrivano troppo tardi per restituire il passato a chi lo ha perduto? Quanti altri Stasi potrebbero essere finiti in carcere da innocenti?

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