L’incontro tra il presidente americano Donald Trump e i leader dell’Europa, alla presenza del presidente ucraino Volodymir Zelensky “apparecchia” la tavola per un possibile accordo di pace sul conflitto in Ucraina. E’ la speranza di tutti, è l’obiettivo da raggiungere e su questo non c’è alcun dubbio. Ma a vedere le immagini del vertice di Washington i protagonisti forse si sono portati un pò troppo avanti rispetto alla situazione, che rimane critica e molto lontana dalla reale prospettiva di una chiusura delle ostilità.
Trump fa il padrone di casa ma prima ancora si prendere il ruolo dell’arbitro tra i contendenti, prova a rassicurare l’Europa sulla volontà del presidente russo Vladimir Putin di acconsentire anche lui ad un accordo di pace, ma dà l’impressione che se il faccia a faccia di ieri con Zelensky alla Casa Bianca si fosse svolto di nuovo senza la partecipazione dei vari leader europei, probabilmente avrebbe messo di nuovo alle strette il presidente ucraino.
Tutto porta nella direzione della pace e arrivano dichiarazioni di gaudente ottimismo. Bene, perfetto, l’orizzonte di un lieto fine è ciò che emerge dal vertice negli Stati Uniti e Trump ha fretta e punta dritto al Nobel della Pace. Ma c’è un piccolo problema: non sembra pensarla esattamente così Putin, che nelle stesse ore e nel preciso momento in cui andava in scena il summit a Washington, ha recapitato in Ucraina 270 droni e una decina di missili, lasciando altri morti sul campo. La Russia non arretra di un millimetro sul campo e prosegue la sua invasione. Putin continua a picchiare come un fabbro e si prepara a trattare alle sue condizioni, che prevedono la pretesa di prendersi pezzi di Ucraina. Siamo sicuri che la svolta è davvero vicina?
Per fare la pace servirebbe intanto il cessato il fuoco, ma Trump sull’argomento glissa e non lo ritiene necessario. L’accordo si farà, con il sospetto che si debba passare dallo scenario di un’Ucraina smembrata. Intanto l’inquilino della Casa Bianca e i convitati del Vecchio Continente rischiano seriamente di fare i conti senza l’oste di Mosca.


