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Napoli e lo scudetto di un Sud che non molla: Bansky e Diego, la folla e l’amore. Il cuore ribalta i destini

Com’è possibile che l’evento dell’anno sia stato una partita di pallone. Che senso ha che un milione di persone abbiano deciso di darsi appuntamento per uno scudetto. Perché decine di migliaia di persone hanno fatto di tutto per trovarsi in una piazza davanti ad un maxischermo. Come si spiega che un popolo intero nel momento di un’impresa abbiano intonato il coro “Diego, Diego”, inneggiando ad un mito che molti non hanno nemmeno conosciuto perché non erano nati e che ora lassù è diventato un simbolo eterno più potente che mai. La risposta a questi interrogativi è tutta in una data, il giorno del quarto scudetto del Napoli. Bastano le immagini, bastanza e avanzano per rendere l’idea e il senso di cosa è andato in scena nella città partenopea.

Venerdì 23 maggio 2025 si è consegnato alla storia come uno di quei giorni il calcio si fa da parte e comincia l’altra faccia del romanzo popolare delle emozioni, l’adunata di quelli che decidono di condividere una giornata da consegnare ai ricordi di una vita. E lo hanno fatto con la consapevolezza che si trattava di un’impresa, perché tale va considerata quando si capovolgono i pronostici e non vince il più forte in assoluto ma il più bravo, quello che non ha mai mollato e che ci ha messo l’anima.

Il manifesto della notte dello scudetto è l’immagine di un unico grande stadio, non virtuale ma reale, che dalle tribune del “Maradona” alla folla immensa di Piazza del Plebiscito, sino ai vicoli, ha unito Un milione di persone, arrivate da ogni parte del mondo. Dall’Argentina e dagli Stati Uniti, dalla Cina e da tutta Europa, da tutta Italia e con ogni mezzo per poter dire “Io c’ero” e sentirsi parte di una storia da vivere, un’emozione da raccontare e un ricordo indelebile da tramandare.

Nell’era della tecnologia che ha memoria, la Rete non perdona e se due anni fa era stato lo scudetto di una vittoria che mancava dal lontano 1990, la legge della contrappasso ha colpito quelli che avevano sentenziato e scolpito con i loro scritti la profezia di un altro successo che sarebbe arrivato fra altri 33 anni. Ed è così che il tempo è volato e la primavera dell’anno 2055 è già arrivata ieri sera. Ad interpretarla la marea azzurra che ha accompagnato la sua squadra al successo, con un ruggito prepotente, impressionante. Il rituale mistico della folla che scorta un autobus, una marea umana che si raduna con 6-7 ore di anticipo rispetto ad un evento, e poi il graffio di una coreografia con la Madonna di Bansky e uno scugnizzo che strappa lo scudetto dal petto all’avversario. Lo scuce e se lo riprende. Perché l’amore si protegge e si alimenta, giorno per giorno, tra i gesti e i capitoli della narrazione di ogni parabola dei comuni mortali.

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La sofferenza, nella notte di Napoli è durata 41 minuti, lunghi e carichi di tensione, col pensiero serpeggiante di una beffa che cominciava a strisciare nell’aria. Poi lo spariglio che fa deflagrare le emozioni. Al tramonto del primo tempo, Flower of Naples, Scott Mctominay, colpisce ed è la sterzata di questo film. E’ la scintilla liberatoria che capovolge la ruota della sorte e infiamma un popolo che si scrolla di dosso la paura, scaccia i fantasmi e si scatena. Una piazza già incandescente e piena di passione sin dal primo pomeriggio, sotto le stelle si è trasformata in un girone dantesco, con l’azzurro ed il rosso a braccetto per avvolgere l’atmosfera come un inferno tremendo di passione ribollente. La ripresa si è aperta con il raddoppio di Romelu Lukaku, replica debordante di un’euforia capace a quel punto di l’esplosione di gioia e prende i contorni del delirio. E’ la zampata che gela definitivamente gli avversari e fa prendere al titolo conteso la strada di Napoli e del Sud.

Un milione di persone hanno atteso il triplice fischio delle 22.48 e si sono consegnate alla storia. Orgoglio e identità, amore e passione. E’ la conferma che il cuore non tiene padroni ma fa cantare le emozioni come l’onda d’urto di un detonatore trascinante che cambia i destini.

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Hanno vinto Napoli e i napoletani, il Sud di quelli che non mollano e remano controcorrente. E’ la strada del carattere e dell’identità, della fatica e dei nervi, la via impervia ma vincente di saper essere i più forti nella testa, in grado di reggere pressioni all’apparenza insostenibili e superare limiti invalicabili. Non a caso il capolavoro del Napoli lo ha firmato stavolta Antonio Conte, leccese figlio del Sud che si è affermato al Nord e adesso ha compiuto il suo capolavoro nella capitale del Mezzogiorno.

Il pensiero contiano è arrivato alla meta attraverso la declinazione di una scuola morale da tenere a mente negli anni a venire, l’esatto contrario del continuo piagnonismo di chi trova una giustificazione per arrendersi o scansarsi.

Ed è la riprova che alla resa dei conti la bellezza regna e l’amore lotta e sa soffrire. Poi il destino sa quando deve arrivare il momento per esaltarsi e raccogliere ciò che si è seminato, inseguito e sognato. Prima il mood era uomini forti, destini forti, uomini deboli, destini deboli. Ora la stella che c’è in fondo al cielo azzurro porta con sé un altro mantra che traccia l’orizzonte: se vogliamo, possiamo. Vale per tutti.

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