Giorgia Meloni ci sta pensando. L’inconfessabile tentazione del voto anticipato prende quota nelle riflessione del primo ministro. La leader di Fratelli d’Italia è stabile nei sondaggi al 30%, non soffre di vertigini ai comandi del Paese e non perde consensi ma la storia insegna che il momento della verità arriva proprio quando si è all’apice della propria parabola politica. Renzi docet. E allora s’affaccia l’idea di riportare l’Italia al voto con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato, innescando un effetto domino che avrebbe riverberi a cascata sul panorama politico regionale e nei territori. Non a caso nel settembre 2022 andò in scena l’election day con l’accorpamento delle Politiche alle Regionali in Sicilia.
E non sarà una casualità neanche l’ammissione di Maria Elisabetta Casellati durante l’evento dei 25 anni dello studio Hogan Lovells: «Non credo a possibili elezioni anticipate, ma forse la legislatura potrebbe chiudersi un po’ prima. Prima Meloni vuole diventare il premier più longevo di Palazzo Chigi, a quota 1412 giorni. E allora, a conti fatti, la data è (o diciamo “sarebbe”) fissata: settembre 2026. Mattarella non ostacolerebbe lo scenario del voto anticipato, sapendo che non ci può essere nessun governo alternativo senza Fratelli d’Italia. Settembre 2026 consentirebbe a Meloni di centrare il traguardo del predetto primato di longevità ma soprattutto di mettersi a riparo dalle imprevedibile ripercussioni di uno scenario geopolitico caratterizzato da una forte instabilità. Le guerre in Ucraina e Medio Oriente rimangono due bombe ad orologeria, e non è semplice per il governo gestire la posizione in politica estera di fronte a due matti incontrollabili come Putin e Netanyahu, ma per altri versi (vedi dazi) ancora più imprevedibile e inaffidabile è la posizione del presidente americano Trump. Venti di guerra ibrida e tensioni sociali. Il centrosinistra è indietro e Meloni non vuole dare agli avversari il tempo di organizzarsi, consapevole che Schlein e Conte sin qui collezionano sconfitte ma una trappola insidiosa per la sua leadership nel Paese sta già pensando di lanciarla sul suo cammino Matteo Renzi (ne parliamo in un approfondimento a parte). Meloni non vuole dare modo alla sinistra di metterla in “caciara” con le piazze, le contestazioni pubbliche e i disordini, in scia a vicende come la Flotilla. Gli indicatori economici tengono botta ma poi la vita quotidiana è una narrazione che racconta altro, con la spesa che si fa più cara, le bollette che tormentano le famiglie e tanti italiani in affanno. Tutte cose dove contano i fatti, non le chiacchiere del politichese.
Il 2026 sarà l’anno del referendum sulla riforma della giustizia. A sinistra sperano che il governo lo perda per mandarlo a casa il giorno dopo e ribaltare il sentimento popolare. A destra sono convinti che il tema della giustizia e di una legge che dovrebbe suggellare il divorzio giudici-pm, è uno dei pochi che possono stimolare gli italiani a ritrovare la voglia di andare a votare per determinare il quorum.
Ecco perché Meloni, confidando di superare lo scoglio del referendum col vento politico ancora “in poppa”, pensa di andare al voto nel momento in cui può vantare il 30% nei sondaggi. Oggi è così, poi domani chissà. E il dopodomani è ancora più imprevedibile. E’ la legge della politica, è la parabola incontrollabile dei destini umani. A quel punto, insomma, se si andrà al voto per le Politiche, si anticiperà di un anno anche quello delle Regionali, con l’idea dell’effetto traino e le connessioni e i vari incastri tra le candidature a Roma e quelle a Palermo, per la composizione delle liste. In Sicilia, tra l’altro, il centrodestra ha la partita in mano e potrebbe perderla soltanto in caso di “suicidio” politico.
Alle Regionali in Sicilia si va complicando la prospettiva dello Schifani bis. L’attuale governatore, Renato Schifani, si trova dover blindare la sua candidatura di fronte a una parte di Forza Italia (guidata da Giorgio Mulé) che ha idee diverse sulla sua ricandidatura, come pure adesso si è aperto un altro fronte con Fratelli d’Italia. Sale la tensione con gli alleati e sullo sfondo s’avanza con tante analogie lo scenario di un centrodestra che potrebbe, insomma, optare per una virata. Sarebbe una replica del crepuscolo del governo di Nello Musumeci, convinto nell’estate 2023 a desistere dai suoi propositi di permanenza al Palazzo d’Orleans.
E nel centrodestra è ormai rientrato Cateno De Luca, leader di Sud chiama Nord e sindaco di Taormina. Le tornate regionali oltre lo Stretto (Marche, Calabria) sono le prove generali per il patto politico sancito in vista delle Politiche e del voto in Sicilia. De Luca aspetta di capire quando si voterà a Roma e a Palermo, sa che stavolta non potrà ambire alla presidenza della Regione ma proprio per questo la sua partita sarà molto più complicata e la pressione ancora più alta, perché nel 2022 da outsider conquistò un clamoroso 25% alle Regionali e adesso il suo Sud chiama Nord è crollato a distanze siderali da quei numeri (vedi Europee 2024, 7,6%). Stavolta, in coalizione, gli alleati non faranno sconti e il politico di Fiumedinisi dovrà tornare a girare la Sicilia per rianimare un movimento che ha portato fuori dall’isolamento ricollocandolo nel centrodestra ma, rispetto a tre anni fa, domina nella provincia di Messina ma s’è ristretto lì, perché fuori da quel perimetro ha perso pezzi, smalto e l’inerzia del voto di pancia che ora soffia altrove (dalla parte dell’ex alleato, Ismaele La Vardera). Il sindaco di Taormina ha già capito da un pezzo che a Roma c’è aria inequivocabile di voto anticipato e glielo hanno confermato anche esponenti della maggioranza romana, non vuole farsi trovare impreparato ma sino a quando non arriveranno conferme di quel che sarà non muoverà foglia. Poi dovrà blindare la “roccaforte” Messina (e qui ha già avvisato Fratelli d’Italia…) ma dovrà anche cristallizzare la sua mossa su Taormina e per se stesso. Dovrà decidere se ricandidarsi lui a sindaco (ipotesi molto difficile) oppure puntare sul “telecomandato” di turno. La scelta non è oggi ma nemmeno troppo lontana. Il possibile o probabile colpo di acceleratore di Meloni può affrettare il tempo del bivio di De Luca.


