HomeEditorialiViolenza giovanile, basta giustificazioni. E' l'ora della severità

Violenza giovanile, basta giustificazioni. E’ l’ora della severità

A Milano, di recente, un ragazzo di 22 anni usciva da un locale e cinque ragazzi – 3 di 17 anni e 2 di 18 anni – lo hanno aggredito. Gli hanno portato via 50 euro. Lui ha cercato di riprendersi quei soldi. E’ stato atterrato, preso a calci e pugni e allora uno del “branco” ha tirato fuori un coltello e ha colpito il 22enne in profondità, al gluteo e ad un fianco. Ragazzi di buona famiglia se ne sono poi andati in discoteca, come se nulla fosse accaduto. La vittima è finita in ospedale con un’arteria bucata, un polmone perforato e una lesione alla spina dorsale che lo ha paralizzato per sempre.

L’emergenza non riguarda solo Milano ma il Paese. In Italia, sempre più spesso, i giovani si trovano al centro di inquietanti fatti di cronaca, come questo, per i quali non ci può essere giustificazione alcuna e che, tuttavia, impressionano non soltanto per la brutalità che caratterizza questi episodi ma anche per la superficialità e l’incoscienza dei protagonisti di queste storie, che nemmeno si rendono conto e non si preoccupano della gravità dell’accaduto. Indifferenza, non curanza, assenza totale di empatia e di percezione del danno procurato.

Questo vortice di violenza è diventato come un terremoto le cui scosse non finiscono mai. E la violenza si manifesta con la tendenza a fare di questi comportamenti un motivo di vanto agli occhi degli altri e soprattutto sui social.

A questo punto bisogna fare delle riflessioni, porsi delle domande ma anche darsi delle risposte. Chiedersi: quanto vale la vita umana? Dove vuole arrivare questa nuova generazione? Dove finiscono le colpe dei ragazzi e dove cominciano le responsabilità delle famiglie? Decidere come approcciarsi a questi casi di violenza e quale strade scegliere: giustificare e minimizzare, lasciando che tutto possa ripetersi e che altri facciano la fine di quel ragazzo di 22 anni, oppure tracciare una linea e dire basta. Essere intransigenti e attraverso il rigore far capire e far pesare la gravità di certi comportamenti affinché non vengano reiterati.

In tante, troppe, circostanze emerge quasi un disprezzo per la vita umana, quasi fosse qualcosa che non conta chissà quanto, qualcosa che si può togliere agli altri arrogandosi il diritto di fare il male agli altri. Ed è l’aspetto forse peggiore di un fenomeno dove l’acqua delle dinamiche sociali si fa sempre più limacciosa e torbida.

Una riflessione diretta e senza fare giri di parole è quella arrivata in questi giorni da Paolo Crepet, noto ed apprezzato psichiatra e sociologo.

“Sono tanti anni che commento ormai queste cose e me ne occupo – ha detto Crepet -. Le trattavo già 30 anni fa. Ci siamo resi conto? Non lo so. Ci sono sempre giustificazioni, i padri e le madri che giustificano i figli. Ragazzi di 13 e 14 anni vanno in giro e spaccano la testa a qualcuno. Cosa sta accadendo? Io la definirei frustrazione. Non c’è futuro per questi ragazzi. In parte glielo abbiamo tolto noi, in parte non sanno costruirselo loro. Continuiamo a sminuire e a dire che sono ragazzate, come pensa qualcuno. Io sarei severissimo. Ci vuole severità. Anni fa me lo disse una compagna di liceo di Erika, la ragazza che aveva ucciso la mamma e il fratellino a Novi Ligure. Andai a scuola e una ragazza mi disse: “Siate severi, insegnateci a sperare”.. Non lo abbiamo fatto, siamo degli ignavi, ci interessano le cose che ci fanno passare la giornata. Siamo distratti da qualsiasi cosa. Ultima cosa: se i social servono per queste cose, perché ce li teniamo? Vogliamo dire che a Milano c’è stata soltanto una coltellata finita male? E’ successo ovunque. Basta con questo sminuire e parlare di “mele marce”. Non è così. Qui c’è un fallimento educativo assoluto, totale e senza appello. Se ci mostriamo pavidi e pensiamo soltanto a giustificare, dove andiamo?. Abbiamo dato tutto per scontato, la fatica di trovare un futuro. Ma anche l’amore per gli altri è diventato faticoso. Ci siamo bastati. Ci siamo fatti bastare ciò che abbiamo. Ma che abbiamo?”.

Sono parole forti ma condivisibili quelle del dott. Crepet. Siamo di fronte ad un fallimento che non va sottaciuto e che va ammesso perché non ci può essere altra premessa per riprendere la rotta e inseguire una prospettiva dove il rispetto della vita umana sia un elemento centrale e non valore puntualmente calpestato.

Si dirà che un’analisi andava fatta molto tempo prima. Ed è vero. Ma un freno bisogna metterlo, la deriva va fermata, senza la vuota pavidità della retorica e con il coraggio della fermezza. Non è mai troppo tardi e non può passare il messaggio che sia normale che le cose vadano in questo modo. Cosa vogliamo lasciare alle nuove generazioni? Intendiamo aiutarle ad affrontare il problema e risolverlo insieme o “normalizzarne” l’attitudine ad uno sbandamento delle condotte?

Il tempo dei bei discorsi è finito. O si cambia o si affonda. La terza via non c’è. Bisogna avere una coscienza completamente diversa. Più matura e meno strafottente. Non si può rischiare o peggio ancora sconvolgere la vita, la propria e quella degli altri che incontriamo anche casualmente sul percorso.

E’ l’ora della responsabilità. E’ il momento della severità. Ora o mai più.

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