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Ucraina, il “piano Clementoni” di Trump è fallito. Dal Nobel al Tapiro è un attimo, la pace è un miraggio

Lo avevamo predetto e non bisognava essere stregoni, profeti o scienziati per capire che così sarebbe finita. Il “piano Clementoni” di Donald Trump, che ha raggiunto il suo apice qualche giorno fa, quando il Tycoon ha fatto il cerimoniere alla Casa Bianca di un inutile incontro con il presidente ucraino Zelensky e con i leader UE, è una fuguraccia annunciata.

Il mondo ha assistito ad una sceneggiata mediatica che non ha inciso di un millimetro nelle trattative per la pace in Ucraina, perché le condizioni di Putin sono sul tavolo e ad oggi rendono complicata la prospettiva di un accordo. La pace era e resta lontana. E il piano di Trump non può che essere definito “Clementoni”, lo ribattezziamo così perché Trump ha fatto un gioco che anche un bambino di due anni avrebbe ben compreso si sarebbe rivelato infruttuoso, senza alcuna speranza di produrre effetti risolutivi.

Trump ha confermato che è un abile businessman ma amministrare è un’altra storia. L’anagrafe inizia a fare il resto e da questo punto di vista il carattere non aiuta, perché il presidente americano si innamora di strade che spuntano e scelte che confondono drammaticamente l’illusione con la praticabilità, la speranza con l’imperccorribilità delle cose. Non sappiamo se sia più sprovveduto lui o più incapaci i collaboratori del suo staff.

Trump ha incontrato Zelensky a suo tempo nel “famoso” (o famigerato) incontro nel quale insieme al suo vice aveva brutalizzato il presidente ucraino, deriso e trattato come l’ultimo idiota della compagnia, salvo poi comprendere che quella pantomima non faceva ridere e non gli ha giovato. Ha riabilitato Zelensky e stavolta lo ha accolto con la maschera dell’affettuoso alleato, in un quadro in cui è altrettanto evidente che Trump vuole la pace unicamente per fare l’interesse politico ed economico degli Stati Uniti, che così per prima cosa ricaverebbero miliardi dalla vendita di armi e puntano dritti alle terre rare dell’Ucraina, e poi hanno la necessità di allontanare la Russia dall’orbita della Cina. Il resto è un campionario di elementi marginali, eccezione fatta per la megalomania di Trump di portarsi pure a casa il Nobel per la Pace. Si accontenta di poco il presidente americano. Di questo passo sta rischiando un Tapiro.

La pace si potrebbe raggiungere e anche in fretta se davvero il presidente americano entrasse nell’ordine di idee di mettere alle strette Putin e fargli capire che si è divertito abbastanza. Ma Trump, perlomeno questo Trump, che ha fatto il suo tempo e sembra ormai più confuso che persuaso nelle sue sistematiche virate a 360 gradi su tutto, anziché mostrare sciabola e muscoli, ha riservato fiori, onori, e romantici convenevoli al capo del Cremlino.

In tutto questo c’è l’Europa che spera e fa confusione, va a Washington, siede al tavolo con Trump, si illude di giocare un ruolo centrale e invece si fa portare a spasso, senza comprendere che Vladimir Putin giocava e continua a giocare al gatto col topo. Trump, con quel faccia a faccia con il presidente russo, ha riabilitato sulla scena internazionale lo Zar, che continua a sganciare droni e missili sull’Ucraina, fa sapere di essere disponibile ad un accordo ma in realtà se ne infischia di tutti e continua a picchiare come un fabbro. Mentre Trump, Zelensky e i leader UE colloquiavano alla Casa Bianca, Putin “festeggiava” la pace uccidendo altri civili innocenti in Ucraina.

E allora di cosa stiamo parlando? Il presidente americano comprende, forse in un lampo di lucidità che anche stavolta la sua strategia si sta sgretolando sotto il peso di una totale inconsistenza e si defila, evitando di andare allo scontro con Putin, prima minacciato con un finto ultimatum e poi abbracciato come un fraterno amico. “Far incontrare Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky è come mescolare “l’olio e l’aceto”. Una battuta che farebbe quasi ridere se non facesse piangere. L’ha pronunciata il presidente degli Stati Uniti. Oltre l’olio e l’aceto c’è di più: con questo Trump e questa Europa siamo alla frutta.

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