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Ccpm e San Vincenzo, destino al bivio. E’ l’ora del coraggio: la salvezza per Taormina è l’azienda autonoma

I giorni cruciali per il destino della Cardiochirurgia Pediatrica del San Vincenzo rilanciano prepotentemente il tema della sanità a Taormina, dove c’è un ospedale che rappresenta un punto di riferimento e un’eccellenza con i suoi reparti e i suoi professionisti, eppure da ormai tanti (troppi) anni questa struttura viene considerata dalla politica una sorta di parco giochi, un entità a metà tra un limone da spremere ad oltranza e un elastico da tirare a piacimento. O se preferite è un carretto con le ruote da montare o smontare a piacimento, a seconda delle convenienze e delle necessità. Si potrebbero usare tante definizioni e una miriade di metafore ma la morale della favola è che Taormina ha un ospedale importante, che fa numeri di assoluto rilievo ma proprio per questo ingombrante, quindi tenuto in un limbo e trattato come un presidio di periferia. Un fiore all’occhiello zavorrato dalla sua collocazione geografica (anzi geopolitica) tra Messina e Catania.

L’argomento è noto a tutti, non occorre scoprire l’America e nemmeno l’acqua calda. I fatti sono più ostinati di tante chiacchiere, chiari da entrambe le facce della medaglia, sia per quanto concerne gli elementi positivi della questione sia per gli aspetti negativi che continuano ad affliggere il San Vincenzo.

La Cardiochirurgia Pediatrica è la cartina di tornasole. Prima la volevano trasferire a Palermo, ora vorrebbero portarla a Catania. E Taormina? La gente si arrangi, medici e infermieri facciano altrettanto. Taormina vale e conta quando l’atmosfera esige gli estetismi mediatici del fare un pò di passerella e sana sceneggiata. Poi, per le cose serie, quelle che contano, entrano in scena gli equilibri ed il vero gioco si sposta sulle metropoli. In un Paese diverso dall’Italia un centro come il Ccpm lo avrebbero salvato in 10 minuti, senza nemmeno metterlo in discussione, trovando le opportune soluzioni procedurali. Senza, insomma, le fesserie del decreto Balduzzi né altri impedimenti burocratici e normativi che valgono meno di zero quando c’è in ballo la vita dei bambini.

Ma allo stesso tempo c’è un ragionamento basilare sul quale si continua a far finta di non capire. A Taormina c’è un ospedale che va salvato e valorizzato tutto, nella sua interezza e senza distinzioni. Oltre il Ccpm ci sono tanti altri reparti che meritano la stessa dignità e la medesima considerazione, anelli fondamentali di qualità della catena della sanità territoriale, che non possono e non devono essere considerati figli di un Dio minore. Non esiste una sanità di serie A e una sanità di serie B.

Tuttavia proprio il tema del Ccpm mette a nudo in termini impietosi come le sorti di un reparto siano legate non ai risultati e ai report ma alle dinamiche fluttuanti della politica. Oggi vale per il Ccpm ma è da sempre così per tutti gli altri reparti. Un’unità operativa viene salvata o affossata se ha i Santi in Paradiso, gli organici vengono potenziati oppure lasciati ai minimi termini a seconda delle simpatie o antipatie che legano o dividono i professionisti e la politica stessa. Salvezza o de profundis si decidono sulla base delle trame a cui devono sottostare gli amministratori dei territori. Chest’è, diceva una nota serie tv. Così è se vi piace.

La politica tace o si limita al compitino di qualche inutile dichiarazione. “Salviamo il Ccpm”, “salviamo l’ospedale di Taormina”. Ma esattamente come? Boh. “Stiamo parlando”, stiamo vedendo”. Misteri e tatticismi, se così vogliamo chiamarli con eleganza. Atteggiamenti passivi che farebbero quasi impressione se non conoscessimo come le nostre tasche gli attori in campo. I fatti e le circostanze.

E allora sul Ccpm come su tutto l’ospedale di Taormina, la prospettiva è abbastanza semplice. Bisognerà scegliere se la priorità, scevra da vincoli e condizioni, è davvero la gente e garantire tutto ciò che è possibile mettere in campo per curare i cittadini o se, altrimenti, si preferirà continuare a giocare sulla pelle delle persone. La terza via non c’è.

Una soluzione ci sarebbe, e lo abbiamo detto in tempi non sospetti che sarebbe l’unica possibile per ribaltare davvero il quadro e consegnare un’eredità importante anche alle future generazioni. Bisognerebbe avanzare la proposta condivisa di una normativa che in variazione alle disposizioni del piano sanitario vigente preveda l’istituzione di Taormina azienda sanitaria autonoma. Una cosa seria, certamente la più sensata e auspicabile in senso assoluto, che però non si farà mai.

Stiamo parlando di uno scenario che sancirebbe una svolta in grado di tutelare e rilanciare in termini straordinari tutto il San Vincenzo. Per centrare l’obiettivo basterebbe mettere da parte i soliti schemi della politica e la logica del “feudo”, passarsi una mano sulla coscienza e dimostrare che la vita dei cittadini viene realmente prima di qualsiasi cosa. Fare una battaglia di territorio, che unisca tutti i rappresentanti istituzionali del territorio, di maggioranza e opposizione. Stesso discorso vale per il Distretto Sanitario 32, con i rappresentanti dei 24 comuni che sin qui filosofeggiano ma non sono mai stati incisivi a salvaguardia della sanità di questa zona. O meglio ancora si attengono alle indicazioni di scuderia dei partiti e non si fanno valere.

Taormina ad oggi fa parte di un’azienda sanitaria provinciale comprensiva di realtà come Barcellona, Mistretta, Patti, Sant’Agata e Lipari e – con tutto il rispetto – c’è da chiedersi che cosa c’entra Taormina con queste realtà o anche viceversa. Niente o quasi. Va detto e riconosciuto, anzi, che in questa fase specifica, Taormina è stata fortunata perché rispetto ad altre Asp siciliane, dove si vivono dinamiche drammatiche (vedi il caso dei referti istologici a Trapani), all’Asp Messina c’è in carica un direttore generale, il dott. Giuseppe Cuccì, che si sta facendo apprezzare, un manager che merita rispetto e che sta dando prova di ottime capacità. Un uomo preparato che a detta dei vari operatori ci sta mettendo l’attenzione, l’ascolto e la giusta sensibilità, sul piano operativo e umano, verso il San Vincenzo.

Ma poi le decisioni più spinose, che decidono le sorti degli ospedali e di centri come il Ccpm, evidentemente, vengono prese ai piani più alti della politica, tra Palermo e Roma. E’ da sempre così.

Ecco perché l’ospedale San Vincenzo dovrebbe essere liberato e svincolato dal più ampio contesto in cui si trova, che penalizza Taormina, le tarpa le ali e la tiene perennemente in bilico. Taormina, in ambito sanitario, ha i numeri e i parametri per tirarsi fuori dal resto della provincia, dispone delle potenzialità strutturali necessarie per pretendere una differente prospettiva. Il trend di molti reparti è superiore ed anzi può far invidia anche a quello delle stesse unità operative presenti a Messina e Catania e in altre località dell’isola. Gli indici di produttività permetterebbero di superare la trappola del budget e i lacci di quelli che vorrebbero continuare ad incatenare Taormina nel più ampio perimetro di scelte in cui poi la Tirrenica fa la parte del leone e gode di luce riflessa, mentre la Ionica (cioè il San Vincenzo) si prende le briciole e deve lottare per salvarsi. Perché sinora questo è accaduto e bisogna dirselo senza fare giri di parole.

Soltanto con la previsione di un’azienda autonoma, ad hoc, Taormina potrebbe essere libera e molto più competitiva. Solo in questa maniera si può uscire da un ingranaggio che costringe il San Vincenzo a lottare per la sopravvivenza, per avere il minimo indispensabile. La politica non può più nascondersi e trincerarsi nel giochino di una difesa “scolastica” a fiammate del San Vincenzo. Il minimo indispensabile non basta più e non è più il tempo dell’accontentarsi, né ci si può trincerare nel paraculismo di circostanza. Il bivio è adesso. E’ il momento in cui alzare l’asticella, dimostrare intanto senso di responsabilità e cazzimma. Le comunità, la gente e gli addetti ai lavori di questo ospedale non meritano di restare confinati in una dimensione di eterna precarietà, spesso mortificati e costretti a inseguire ciò che gli è dovuto.

Con la sofferenza e il dolore delle persone non si può scherzare. Di fronte a queste cose non c’è molto da aggiungere e le decisioni sono soltanto una questione di volontà o non volontà. In una direzione o nell’altra. La vita è fatta di momenti che scrivono la storia, al confine fatale tra la svolta e la resa. Il coraggio o ce l’hai o non te lo inventi. E questo coraggio tutti quelli che reggono le sorti di Taormina e dintorni non lo hanno mai avuto. E molto probabilmente mai lo avranno.

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