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Bambini della Casa nel Bosco, il cuore oltre le norme: rimettere al centro l’amore familiare

“Nathan potrà stare il giorno di Natale nella casa famiglia con i tre bambini e la moglie dalle ore 10 alle 12.30. Per il resto non c’è niente da dire, c’è solo da attendere l’esito della consulenza tecnica d’ufficio disposta dal Tribunale per i minorenni”. Questa dichiarazione l’ha resa nelle scorse ore all’Ansa il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, a proposito dell’ordinanza del Tribunale sulla vicenda della “famiglia nel bosco”.

“Due ore e mezza a Natale da poter trascorrere in famiglia”. E’ una frase che fa già rabbrividire a scriverla, anzi a pensarla. In un Paese pieno di problemi ben più gravi ed emergenze assai più stringenti, la famiglia che viveva nel bosco a Palmoli lotta ancora per riavere i loro figli che gli sono stati portati via con troppa severità dallo Stato. E così sarà un Natale triste, molto complicato per Catherine Birmingham e Nathan Trevallio e i loro bambini: lontani fisicamente ma con la speranza incrollabile nell’anima di riabbracciarsi e tornare di nuovo insieme.

Il 18 dicembre scorso la Corte di Appello de L’Aquila si è pronunciata sul reclamo presentato dai genitori contro l’ordinanza del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, che il 20 novembre aveva disposto l’allontanamento dei tre figli con cui la coppia viveva in una piccola casa nel bosco, in provincia di Chieti, in Abruzzo. I giudici d’appello hanno confermato l’allontanamento momentaneo in un casa-famiglia e l’impianto di fondo del primo provvedimento, pur introducendo alcune precisazioni.

Ma questa vicenda fa inevitabilmente discutere. Dove comincia ma soprattutto dove finisce il diritto di togliere a una famiglia i loro figli per le motivazioni che caratterizzano il provvedimento inflitto ai genitori della casa nel bosco? Catherine e Nathan possono essere considerati “colpevoli” di aver scelto un’educazione e uno stile di vita differenti per i loro figli? Non si può non pensare a una forzatura, o forse è meglio battezzarla come una “stortura” del sistema Paese.

Il quadro che emerge dai contenuti dell’ordinanza del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila che ripercorre le varie tappe del caso giudiziario, ha rimarcato quelle che sarebbero le numerose criticità e la rigidità di Nathan e Catherine nel voler affrontare, di comune accordo con i servizi sociali, un percorso di socializzazione e scolarizzazione per i loro tre figli. Ma

Si chiede a uno specialista di verificare la competenza e la capacità genitoriale di Nathan e Catherine, oltre allo stato psichico dei bambini. Poi un consulente dovrà rispondere a tre quesiti, ma anche fare una visita psicologica ai bambini per vedere il loro stato di salute, alla presenza di un consulente di parte. Fa impressionare sentir annunciare al sindaco di Palmola che “non sempre, in queste situazioni, si riesce a rispettare i tempi”. Ed evidentemente è la realtà che poi i tempi si allungano.

E allora per quanto tempo questi bambini rimarranno ancora lontani dalla madre e dal padre? Siamo certi che l’intransigenza avuta verso questa famiglia sia stata giusta?

In merito alla problematica della soluzione abitativa – la famiglia viveva in un casolare fatiscente – secondo i magistrati “l’aspetto dell’idoneità dell’abitazione in rapporto alle esigenze di tutela dell’integrità fisica dei minori può essere al momento trascurato, pur restando incerta la determinazione dei genitori a stabilizzarsi nella nuova abitazione, considerato che già in passato hanno presto abbandonato altra abitazione messa a loro disposizione”.

Per quanto riguarda invece la scolarizzazione, a dicembre è emersa “la lesione dei diritto all’istruzione dei figli, o quantomeno della maggiore di essi” dopo le verifiche compiute nella casa-famiglia: la bambina non sa leggere, né scrivere. Il Tribunale ritiene necessaria la “formulazione di una programmazione didattica che assicuri un’efficace istruzione di tutti i minori e il recupero delle gravi carenze riscontrate nella bambina più grande”, con l’individuazione, in caso si optasse per l’istruzione parentale, “dei precettori che dovrebbero parteciparvi per le aree e le materie per cui i genitori sono carenti”. Per i magistrati si rende “necessario un congruo accertamento tecnico sulle competenze genitoriali, tanto più in considerazione del gravoso carico educativo che i genitori, optando per scelte di istruzione non convenzionali, si sono assunti in via esclusiva, senza potersi giovare del contributo dei professionisti dell’educazione”.

Il quadro viene reso ulteriormente complicato dal fatto che in attesa della valutazione del servizio di Neuropsichiatria Infantile al momento non sembra superata neanche la lesione del diritto dei minori alla vita di relazione: il Servizio Sociale ha segnalato che “nell’interazione con gli altri bambini presenti in comunità si denota imbarazzo e diffidenza”.

Il Tribunale, infine stigmatizza, “l’insistenza con cui la madre pretende che vengano mantenute dai figli abitudini e orari difformi dalle regole che disciplinano la vita degli altri minori ospiti della comunità, circostanza che fa dubitare dell’affermata volontà di cooperare stabilmente con gli operatori nell’interesse dei figli”.

Lo scenario sembra allontanare passo dopo passo, giorno dopo giorno, questi genitori dal desiderio più che legittimo di riabbracciare e riportare a casa i propri figli. Si poteva trovare una soluzione per consentire che almeno in queste festività, a Natale, i bambini venissero restituiti alla loro famiglia? A nostro avviso sì. Tanta, troppa, rigorosità sta caratterizzando questa vicenda ed è inevitabile chiedersi se lo stesso metro di giudizio viene applicato anche in tanti altri contesti e casi anche più critici.

Di fronte a vicende così complesse come quella della casa del bosco, è fondamentale che le Istituzioni agiscano con la massima sensibilità, mettendo sempre al primo posto il benessere emotivo e il legame profondo tra genitori e figli. Il distacco di un bambino dalla propria famiglia è sempre una ferita profonda. Situazioni di questo tipo richiederebbero un approccio più umano e attento alle sfumature: l’auspicio è che prevalga il buon senso e che questi bambini possano riabbracciare presto i loro genitori e tornare nella loro casa. Oltre le maglie delle procedure burocratiche, serve un cuore capace di ascoltare le reali necessità dei piccoli. Al confine tra diritti dei minori e legami affettivi, la sensibilità deve guidare la giustizia. E’ il momento di trovare una soluzione risolutiva che rimetta al centro di tutto l’amore familiare.

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