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Il bluff o la svolta: ora Trump si gioca tutto sulla guerra in Ucraina

Dopo il braccio di ferro con l’Iran, è il momento della verità sulla guerra in Ucraina. Forse siamo prossimi al bivio finale. Donald Trump scende di nuovo in campo e il mondo si chiede se arriverà davvero una svolta o se, invece, si tratterà di un bluff? Il G7 di Evian riaccende sulla determinazione diplomatica, sin qui a corrente alternata, di Trump, che – almeno nelle dichiarazioni d’intenti – oggi è tornato a fare pressione su Mosca, dichiarando apertamente che la Russia “deve trovare un accordo” sulla questione ucraina.

Il presidente degli Stati Uniti ha sottolineato (non a caso) l’enorme tributo di sangue pagato dalle truppe del Cremlino, parlando di “perdite umane incredibili” e assicurando il massimo sforzo degli Stati Uniti per arrivare a una soluzione. Questo annuncio ufficiale, tuttavia, non può rimanere un semplice auspicio di fronte a un conflitto logorante che continua a destabilizzare l’intera Europa. A parlare è il Presidente degli Stati Uniti, non una figura politica qualsiasi. E ora deve avere il coraggio e la fermezza istituzionale di farsi valere con Vladimir Putin. Dare prova di quell’incisività che sin qui non ha mai avuto verso lo Zar.

Dopo l’accordo raggiunto con l’Iran, Trump si trova davanti alla necessità stringente di farsi garante in prima persona di un’intesa formale con la Russia. Il capo della Casa Bianca non può più limitarsi a osservare o a lasciare campo libero all’iniziativa di Putin sul terreno di gioco ucraino, ormai pieno di morti, feriti, dolore e macerie. Consentire al Cremlino di far proseguire la guerra a proprio piacimento rischierebbe di vanificare la credibilità del Tycoon e degli Usa come superpotenza in grado di congelare i focolai di crisi geopolitica più pericolosi del pianeta.

La dottrina del pugno di ferro e della massima pressione, applicata con Teheran, deve diventare un principio coerente della politica estera americana, valido senza eccezioni di comodo, per tutti gli attori globali. Se Washington ha saputo piegare le resistenze del regime iraniano per stabilizzare il Medio Oriente, non saranno ammessi doppi standard o atteggiamenti rinunciatari nei confronti di Mosca. La rigidità diplomatica ed economica esibita in passato è l’unica moneta da mettere in campo con il Cremlino, per costringere Putin a sedersi seriamente al tavolo delle trattative.

La gestione di questo dossier rappresenta a tutti gli effetti la prova del nove per l’amministrazione Trump, il banco di prova definitivo per misurare il reale peso specifico del Presidente americano sulla scena globale. Nelle prossime settimane si capirà se il presidente statunitense possiede davvero quell’ascendente personale e politico su Putin di cui si è tanto discusso, o se la diplomazia personale mostrerà i propri limiti strutturali. L’esito di questo braccio di ferro svelerà al mondo se la Casa Bianca è in grado di tracciare una linea invalicabile per le ambizioni russe o se, al contrario, Mosca manterrà la libertà di agire indisturbata.

Se Putin dovesse riuscire a ignorare i moniti, proseguendo l’aggressione militare senza alcuna conseguenza, per Trump si tratterebbe di un pesante fallimento d’immagine che sancirebbe lo status quo degli ultimi anni. Finora il leader del Cremlino ha potuto gestire i tempi e l’intensità delle operazioni belliche a proprio piacimento, sfruttando le esitazioni delle cancellerie occidentali e la mancanza di una vera e invalicabile controffensiva diplomatica. Per porre fine a questa situazione, il magnate americano deve trasformare le parole pronunciate al G7 in sanzioni o pressioni strategiche concrete. Fatti, non preghiere, dimostrando che nessuno può muoversi al di fuori delle regole del diritto internazionale.

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