Violenza sulle donne: stop ad alibi e “mezze” condanne, la bestia si ferma così

Violenza sulle donne: stop ad alibi e “mezze” condanne, la bestia si ferma così

22 Gennaio 2022 Off Di emanuelecammaroto

Sta diventando un vero e proprio bollettino di guerra quello della violenza sulle donne. Ogni giorno assistiamo a casi e notizie di donne picchiate, violentate, sottomesse, umiliate e spesso uccise. Ci si indigna, si fanno campagne per la lotta a queste violenza, in Italia il Parlamento ha anche votato il “Codice Rosso” ma cosa è cambiato? Niente, nemmeno una virgola.

La mattanza non si arresta, lacrime e sangue scorrono in modo sempre più triste e inesorabile. Le violenze c’erano prima e continuano adesso, spesso indisturbate, senza limiti e senza pause. Chi commette questo reato è una bestia che lo fa pensando che tanto poi se la caverà in un modo o nell’altro: una perizia può rendere non imputabile l’aggressore, si dirà che era incapace di intendere e volere, si cercherà un cavillo e ci si aggrappa persino ai referti medici. C’è chi, ad esempio, anche dalle nostre parti, ha tentato di uccidere una donna ma sol perché non è riuscito a tagliarle la gola, ed è stato fermato in tempo, ha prodotto un referto medico in sede di giudizio per dire: “non le ho fatto niente, ha riportato solo un taglio superficiale ma l’hanno dimessa subito dal Pronto Soccorso”. E la cosa peggiore è che la giustizia non condanna in modo inflessibile, si interroga, valuta non si sa bene cosa anche quando il quadro dei fatti è oggettivo e non lascia spazio ad alcun dubbio.

Dietro i numeri e le statistiche c’è la realtà vera di donne che, ogni giorno, sono costrette a subire qualunque forma di violenza. E non è più tempo di alibi se davvero si vuole proteggere ogni donna che finisce dentro il tunnel della violenza, delle persecuzioni e della folle convinzione di uomini che ritengono di essere padroni della vita altrui mentre non sanno neanche governare la propria.

È “violenza contro le donne” ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà. Così recita l’art 1 della dichiarazione Onu sull’eliminazione della violenza contro le donne. Tutto il resto è un apostrofo che non si può condividere e non aiuterà le donne ad essere libere e al sicuro.

La violenza di genere va intesa come un crimine grave, un ambito che esige la massima intransigenza in sede di giudizio. Si indicano tutte quelle forme di violenza da quella psicologica e fisica a quella sessuale, dagli atti persecutori del cosiddetto stalking allo stupro, fino al femminicidio, che riguardano un vasto numero di persone discriminate in base al sesso. E queste situazioni sono in costante ed impressionante incremento.

Della raccolta e monitoraggio dei dati si occupa l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), organismo interforze Polizia-Carabinieri e i numeri si commentano da soli se li si va a vedere.

Sono stati messi in campo molteplici interventi: la tutela delle vittime di maltrattamenti e violenza domestica, le risorse per finanziare un Piano d’azione antiviolenza e la rete di case-rifugio, la formazione sulle tecniche di ascolto e approccio alle vittime, di valutazione del rischio e individuazione delle misure di protezione, i corsi sulla violenza domestica e lo stalking. In qualche modo è stata rafforzata anche la disciplina penale con misure cautelari personali, un ampliamento di casi per le associazioni a delinquere, la tratta e riduzione in schiavitù, il sequestro di persone, i reati di terrorismo, prostituzione e pornografia minorile e contro il turismo sessuale.

Eppure non basta: è arrivato il momento di finirla con l’ipocrisia del gridare che le donne vanno difese mentre poi i carnefici vengono troppe volte assolti, gli si infliggono “mezze” condanne e vengono liberati in fretta. Serve un ultimo step, quello essenziale dell’intransigenza senza se e senza ma per estirpare questo seme malato dalla nostra società. La guerra se la si vuole vincere davvero non ammette mezze misure e meno che mai quando da una parte c’è il bene e dall’altra il male. Nessun alibi, zero pietà per chi usa violenza sulle donne. La vita di una donna, una vita umana, non può valere pochi anni di carcere, un semplice divieto (poi non rispettato) di stare lontani dalla vittima. Le condanne devono essere molto più pesanti. Visto che la pena ideale – quella sine die o la castrazione – non è prevista, allora chi sbaglia vada in carcere davvero e si preveda che ci debba rimanere per 20 anni e non in modalità “toccata e fuga” con il (vergognoso) privilegio poi di sconti e benefit vari di condotta se dietro le sbarre farà il bravo “agnellino”.