Un’altra donna ammazzata, l’ennesima vita spezzata. Stavolta la vittima di femminicidio è Pamela Genini, una ragazza di 29 anni, colpita dal compagno nel suo appartamento a Milano. Anche stavolta è una morte annunciata, che si poteva evitare e si doveva prevenire perché la violenza dell’omicida non si è manifestata all’improvviso, non è una furia esplosa dall’oggi al domani. C’è un referto ignorato un anno fa e nonostante le violenze non scattò il codice rosso. C’era stata un’aggressione il 3 settembre 2024 e la ragazza temeva di essere uccisa. Pamela Genini andò al Pronto Soccorso di Seriate per farsi visitare, dopo che il suo compagno di allora l’aveva picchiata il giorno prima a Cervia. È quanto emerge dal referto dell’ospedale bergamasco pubblicato sul Corriere della Sera.
Allertati i carabinieri, non venne però attivato il protocollo di protezione previsto. Il risultato è che Pamela è stata massacrata con oltre 30 coltellate martedì 14 ottobre 2025.
Dunque l’elenco delle donne uccise si allunga, una dopo l’altra, è una barbarie ad oltranza, una spirale di violenza estrema dove il sangue scorre senza che venga messo un freno e che si mettano in campo misure energiche ed efficaci per dire basta. Anche nel caso di Pamela parte l’indignazione popolare, se ne parla per un pò, e poi avanti con la prossima donna indifesa, la prossima vita innocente da buttare via come fosse proprietà privata della “bestia” di turno.
Anziché perdere tempo in questioni non urgenti e non gravi come questa, lo Stato si dia una mossa e la smetta con la commemorazione del giorno dopo. Le donne vanno salvate il giorno prima. Come? Bene le campagne di sensibilizzazione contro la violenza, a partire dalle scuole ma poi serve il passo successivo, quello che fa la differenza.
E’ arrivato il momento ineludibile di comprendere che non è normale che questa scia di delitti venga considerata “normale”. Bisogna andare oltre le parole e passare ai fatti, sotto la stella polare della tolleranza zero. Non si può più continuare a far finta di niente e consentire che prosegua indisturbata la mattanza. Il problema non si risolve con i palliativi come i braccialetti ai polsi, per poi arrivare sulla scena dell’omicidio quando il peggio si è già compiuto.
La soglia minima di rigore normativo da cui partire è la certezza del fine pena mai. Niente attenuanti e zero sconti. Ergastolo garantito e stop al giochino delle perizie. Che il soggetto sia capace o incapace di volere, non è un fattore che conta di fronte a gravi fatti di cronaca in cui vengono commessi delitti di tale efferatezza. Non esiste remissione di peccato e non ci può essere reingresso nella società per chi commette gesti spregevoli ai livelli più estremi, sino ad arrogarsi il diritto di togliere la vita a qualcuno.
L’orrore del femminicidio si ferma facendo capire a chiunque abbia la propensione a gesti e reati del genere, che la festa è finita e non rivedranno mai più la luce del sole. Il crimine va arginato applicando una fermezza giuridica non più interpretabile, mettendo da parte le leggine della cosiddetta “terra di mezzo” che s’approcciano agli assassini con la postura ibrida di un pericoloso punto di incontro tra l’intransigenza e l’indulgenza.
Stalking e maltrattamenti sono ormai una costante acclarata nei casi di femminicidio che partono tutti, comunque, da un retroterra di possessività e gelosia che sfocia nel convincimento di dominio assoluto sull’altra persona. La pena non può variare a seconda dei casi se gli aggressori hanno usato armi improprie o armi bianche, se c’è stata asfissia o soffocamento o strangolamento, se è stato premeditato o se c’è stato un raptus, se il killer voleva o non voleva. Non c’è se e non c’è ma. E’ accaduto ma non doveva accadere per nessun motivo. Punto e basta. Buttare la chiave e fine delle trasmissioni.


