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Macerie e veleni: il dopo Ciclone in Sicilia tra la guerra sul Ponte e la solita politica che si divide

Non c’è niente da fare. La politica in Italia e in Sicilia si conferma un teatrino che non fa ridere e semmai fa piangere. Neanche un evento epocale serve ad alzare il livello, non si registra un sussulto di lungimiranza nemmeno quando logica e buon senso vorrebbero che ci sia un minimo di condivisione e una parvenza di unità di intenti.

Invece, a poco più di una settimana dall’emergenza provocata dal Ciclone Harry (quella che i “cassamortari” dell’informazione nazionale e i big della politica italica ancora battezzano come “maltempo”, con il rafforzativo paraculistico di “una eccezionale ondata”), la ricostruzione diventa propellente per l’ennesima “guerra punica” sul Ponte dello Stretto. Ponte sì, Ponte no, togli qui e metti di là. La sì, qua no.

In Sicilia, mentre si contano i danni di una catastrofe stimata in 2 miliardi di euro e ora è spuntato pure il dramma della frana a Niscemi, la politica offre uno spettacolo desolante: un tutti contro tutti che trasforma il fango in un terreno di scontro elettorale. Ad oltranza, e chi se ne frega se stiamo parlando di un’emergenza che, come detto, esigerebbe una parentesi di solidarietà da tradurre in un fronte comune. Un impegno senza colori di partito né vincoli di posizione di alcun genere. Impossibile in Italia.

Il cuore della discordia è diventato il Ponte sullo Stretto. Le opposizioni, con in testa il Partito Democratico e i 5 Stelle, chiedono a gran voce che i miliardi stanziati per l’opera vengano dirottati immediatamente sulla ricostruzione. A mettere altra benzina pure l’Assemblea Regionale Siciliana, che ha approvato un ordine del giorno presentato dal sindaco di Taormina, Cateno De Luca con relativa richiesta di prelevare quelle risorse destinate al Ponte e ridestinarle all’emergenza Ciclone.

Ma, come da copione, non è tardata ad arrivare la risposta del Ministro alle Infrastrutture, Matteo Salvini, con un secco “No” ad anticipare di 24 ore, come il messaggio di un piccione viaggiatore, la sua venuta in Sicilia, attesa in data odierna. Il Vicepremier blinda i soldi del Ponte e contrattacca parlando di “sciacallaggio” sulle infrastrutture. Per tutta risposta, scatta pure la rissa tra il sindaco leghista di Furci, Matteo Francilia che invita ad abbassare i toni e a “non urlare al mondo” e il sindaco di Taormina che risponde: “Non urlare, ma prendere a calci in culo i politici che hanno mortificato la Sicilia”.

In tutto questo la Premier Giorgia Meloni viene in Sicilia in modalità “Flash Gordon”, atterra di mattina in aereo a Fontanarossa prende l’elicottero e sorvola Niscemi, poi va a Catania, fa una riunione in Prefettura e dopo pranzo saluta e buonanotte ai suonatori: “Lo Stato c’è, vi aiuteremo”. La sinistra non perde occasione per spianare i fucili e arringa: “In Emilia Romagna la Meloni si era messa gli stivali, in Sicilia non spala fango e sta in elicottero”

Il Governo romano ha stanziato 100 milioni, che diviso per tre (Sicilia, Calabria e Sardegna) fanno 33 milioni a testa e si apre il finimondo. “Briciole, vergogna”, “No, soltanto primissimi aiuti”. Insomma, una rissa politica e mediatica perpetua, senza tregua, dove qualsiasi atto divide e nessun azione unisce. Ogni respiro diventa terreno di lotta senza quartiere.

In tutto ciò, ovviamente, eccole le passerelle del dopo Ciclone. Già detto di Meloni, prima ancora è arrivato il presidente del Senato, Ignazio La Russa, e oggi tocca al Ministro, Matteo Salvini, che andrà a Furci e poi a Letojanni, ma non varcherà il confine di Mazzeo, perché lì è trincea del Comune di Taormina, oggi Ducato del Nisi e attuale feudo politico del “nemico” Cateno De Luca. E a proposito: De Luca non viene invitato al sopralluogo di Salvini per veto del Carroccio, poi ruggisce in diretta social e arriva la telefonata d’invito dalla Prefettura.

Persino il defilé istituzionale è fatto di orari voluti e scelte non casuali, incontri mancati e “incroci” evitati per ragioni puramente politiche, dove la solidarietà istituzionale soccombe davanti a rancori personali e veleni mai sopiti.

Questo è il clima nei giorni complicati della Sicilia. Ci si combatte su tutto in una contesa all’ultima dichiarazione, tra post social, video e chi più ne ha più metta. Anziché spendere le energie per la ricostruzione, si litiga sul disastro e si fanno prove muscolari sulla pelle dei siciliani.

Nel momento in cui i cittadini spalano il fango e liberano le strade, ma soprattutto si interrogano sulle prospettive incerte della ripartenza tra dubbi e paure, la politica “guerreggia” pure al cospetto della tempesta più violenta dell’ultimo secolo.

Il rischio evidente che continuando così si perda di vista il vero obiettivo: tracciare la rotta, pianificare una ripartenza che necessita non soltanto di fondi ma prima ancora di idee chiare su cosa si vuole fare e cosa si deve realizzare per non ritrovarsi di nuovo con il sedere per aria alla prossima mareggiata. E’ questa la vera sfida totale, la madre di tutte le battaglie per far ripartire una regione in ginocchio e per metterne in sicurezza il futuro rispetto allo spettro incombente di fenomeni climatici analoghi. C’è poco da scherzare con la Natura ma non lo si è ancora compreso.

Se la politica non mette da parte il solito teatrino e non riesce ad accendere le lampadine del cervello, connettere i neuroni e condividere idee e sentimenti nemmeno davanti a una catastrofe di questa portata, la domanda sorge spontanea: ma dove si va così? Da nessuna parte. Poi non lamentiamoci se un altro “Harry” ci ricorderà a modo suo che l’uomo è solo un visitatore di passaggio e non è padrone di niente.

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