TAORMINA – Il 19 maggio scorso Cateno De Luca aveva dichiarato in un suo intervento in Consiglio comunale a Taormina: “Non credo che i taorminesi oggi non gradiscono che si stanno mettendo delle regole e che, tra mille difficoltà, si sta cercando di farle rispettare. C’è un momento in cui ognuno esprimerá il suo gradimento e ognuno si misura. Il film de “L’Ora Legale” insegna tanto ma non ho timore della filosofia de L’Ora Legale e quindi non è che non faccio il mio dovere perché rischio di non essere compreso. Nella fase di permanenza al palazzo municipale cercherò di portare avanti le azioni che ritengo giuste e che ho portato in una campagna elettorale accesa“.
Detto, fatto. Il sindaco di Taormina prova ad esorcizzare lo spettro de “L’Ora Legale” ma lo fa contromano, a modo suo. De Luca, amante per eccellenza dell’azzardo politico e del fattore “rischio” che spesso (va detto) gli ha dato ragione, ha deciso di alzare l’asticella della sfida. La percezione abbastanza netta è che stavolta De Luca ci abbia preso talmente gusto a Taormina da voler “scherzare con il fuoco”, e per “fuoco” si intende il senso di una sfida totale al taorminese che lo ha eletto a furore di popolo, gli ha consegnato la città ma nel pacchetto con le istruzioni non gli ha dato licenza di affiggere il cartello “Proprietà privata” al palazzo municipale. De Luca se ne infischia e va per la sua strada.
Così tra le azioni che De Luca ritiene “giuste” fa discutere una pioggia torrenziale di nomine “fai da te” di suoi collaboratori e fedelissimi, ora posizionati ai vertici delle nuove aziende partecipate/speciali costituite con il modello Messina come sostanziali bracci armati (o “tentacoli”, punti di vista) dei vari ambiti di operatività del Comune di Taormina.
De Luca ha maturato, a briglie sciolte, la sostanziale convinzione che nel Ducato di Taormina sia ormai possibile fare tutto e il contrario di tutto: senza se e senza ma, per dirla alla De Luca. E d’altronde il vuoto politico che impera dall’altra parte lo legittima e lo incoraggia ad andare avanti in cavalleria e ad osare tutto ciò che si può osare.
Insomma il parlamentare, lo si è detto tante volte, è in pieno controllo in questa sua indisturbata stagione politica in cima al Ducato di Taormina. Ma sentirsi “tranquillo” a volte rischia di non portare bene, come recita un famoso detto romano sull’incombere della retrocecata. E qui De Luca ha deciso di giocare la sua partita spingendola sul piano inclinato di una sfida con un coefficiente di rischio altissimo. E la sfida praticamente dichiarata è tra il sindaco stesso e i taorminesi, chiamati a subire e a farsi catechizzare, espiare le loro colpe senza facoltà di opporsi e confermare il loro sindaco. Dai rifiuti con l’annuncio in diretta della hit degli zozzoni, alla stangata ad oltranza sulle tasse, dalla “militarizzazione” in grande stile del palazzo municipale all’impostazione a scatola chiusa delle partecipate. “Subire e tacere” è il mantra deluchiano, la via ineludibile per un futuro migliore.
De Luca sa che molti taorminesi che lo hanno votato non ne vogliono più sapere di lui e della sua sindacatura. Neanche in cartolina. Per questo sta puntando tutto sulle strategia delle “Partecipate e moltiplicatevi” perché la parola d’ordine è quella di fermare il crollo in atto di consensi, già certificato dalle Europee 2024. Dal 65% delle Comunali 2023 al 37% delle Europee di 12 mesi dopo, sembrano scorrere i titoli di coda sulla “luna di miele” tra il sindaco e la gente che lo aveva voluto per fare una rivoluzione. Quella rivoluzione che De Luca ha centrifugato in fretta e ha fatto diventare altro, polarizzandola tutta attorno al suo “cerchio magico” e ad un paio di gregari di questo tempo.
E allora De Luca vuole tenersi Taormina e sta cercando di blindarne il possesso anche passando da mosse che rasentano la sublimazione dell’impopolarità. Il suo movimento è evaporato fuori dal perimetro politico della provincia di Messina, la trattativa a Roma necessita di prove muscolari nelle roccaforti e quindi la sindacatura di Taormina e quella della Città di Messina saranno la “polizza” vitale da mettere sul tavolo in vista delle Regionali e delle Politiche 2027. Poi si vedrà dove converrà davvero ricandidarsi, molto dipenderà anche da come si evolverà il rapporto con il centrodestra, dove De Luca sta facendo di tutto per allungare i tempi e tenersi le mano libere, nel tentativo di non fare alleanze prima di dicembre. Non sarà semplice, a partire dalla questione delle nomine per la Giunta della Città Metropolitana di Messina, dove Sud chiama Nord non ha la maggioranza.
Nel frattempo De Luca a Taormina esonda e lo scenario florido del dopo-dissesto si traduce in una infornata plateale, a tutto campo, di nomine “fai dai te” che fanno quasi sembrare il Comune di Taormina un pastificio politico 2.0 del Nisi, laboratorio di una visione strategica che comincia a Sud e finisce a Nord. Ed è un’esagerazione arrembante che prende un pò le sembianze di un’arma a doppio taglio. Lasciarsi alle spalle il dissesto e i disastri, reali e innegabili, del passato, per poi passare nel presente ad una gestione da Luna Park della cosa pubblica con il bollino della casa, è come chiedersi se sia meglio la padella o la brace.
De Luca, nella pochezza (politica) conclamata di una larga parte dei suoi accompagnatori di stagione che non hanno la postura per farlo riflettere e arginarne gli eccessi, e che invece si limitano ad esaltarsi gaudenti nell’onda lunga di una nomina e l’altra, sta diventando un “elettricista”. Sta riaccendendo la lampadina nella testa dei taorminesi, campioni mondiali come pochi altri di voltare la faccia e cambiare idea in poco tempo. Ed è quel sentimento che ha spalancato le porte di Taormina a De Luca e ora potrebbe produrre l’effetto opposto.
Il parlamentare di Fiumedinisi sta forzando la mano attraverso una serie di mosse da roulette russa politica, accelera il ritmo della giostra e la spinge al massimo, nella sua incrollabile convinzione che a Taormina poi, tanto, le cose andranno esattamente come sono andate a Santa Teresa di Riva e Messina. Insomma i conti quadreranno, i pianeti si allineeranno e i taorminesi che oggi mugugnano domani si faranno mettere ancora in riga. E d’altronde il primo tempo del film è andato esattamente in quel mondo. Ma la storia racconta che Taormina, alla fine della fiera, non è Santa Teresa di Riva e non è nemmeno Messina. E’ un’altra cosa e lo sarà sempre. Con tutti gli annessi e connessi del caso.
Il tempo e non altro dirà se De Luca avrà ragione o torto, se sarà stato bravo e rimarrà padrone dei destini amministrativi di Taormina, oppure masochista e perderà lo scettro del Ducato. Il verdetto lo daranno le urne, non le chiacchiere. Nulla è scontato e tutto è in discussione. Ma De Luca sicuramente comincia a pensare nella sua testa che trovarsi in una situazione di controllo totale di Taormina possa significare averla ormai asservita sotto tutti i punti di vista. Ed è un convincimento che rischia di rivelarsi fatale, perché Taormina è uno di quei posti meravigliosi che ti fa godere, ti fa fare a lungo quello che vuoi e però ti illude, perché presto o tardi ti risveglia e ti fa capire che non ha “padroni” all’infuori della sua eternità, mette un punto e volta pagina. I taorminesi non saranno il massimo dell’intelligenza ma non sono tutti cretini e se, per caso, cambiano umore e si girano, potrebbero decidere di riaccompagnare il sovrano d’annata al casello di Spisone. Monza e le Europee, in fondo, dovrebbero aver insegnato qualcosa. Oppure no. Lezione di vita, più che di politica.


