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L’inverno a Taormina nell’era del Duumvirato, il trionfo dell’abbondanza nel deserto

Avete presente quel tormentone che a Taormina ogni inverno torna puntualmente di moda e si ripete sin dalla notte dei tempi? L’argomento è di quelli ormai talmente triti e noiosi che richiede un esercizio di buona scrittura per non addormentarsi solo a immaginarlo. Lo avrete capito tutti che parliamo della cosiddetta “destagionalizzazione”. Insomma quel turismo che a Taormina fa un frenetico furore nella bella stagione, poi si comincia a sopire al giro di boa di novembre, s’illude di un effimero risveglio tra le luminarie di Natale e infine s’addormenta. Va in letargo dopo la Befana, sino all’avvento di Pasqua.

Ci avevano raccontato in tempi abbastanza recenti che a Taormina stavolta la bacchetta del mago Harry Potter aveva trovato la “pozione magica” e, già a partire da questo inverno, finalmente tutto sarebbe cambiato. Come d’incanto, niente più chiusure collettive, niente più strade deserte, tutti aperti e tante belle iniziative per rendere la città viva e attrattiva, frizzante e movimentata. Invece, al tramonto di queste festività, a guardarsi attorno non è cambiata una virgola. Le solite chiusure, poche coraggiosi che restano aperti, qualche paesano in giro per il Corso e un paio di visitatori della zona a passeggiare nel silenzio e a contare le saracinesche abbassate. Tutto è identico a come è sempre stato gli anni scorsi.

Da romantici verrebbe da pensare che in fondo questa è l’altra Taormina, distante da quella chiassosa e affollata dell’estate, e tuttavia, a suo modo, ha il proprio fascino. Nel frattempo, però, una cosa è cambiata. E’ spuntato un incubatore all’incontrario di destagionalizzazione. Dalla bacchetta magica alla clava, il passo si fa breve. Ed ecco una struttura sorta sulle ceneri di un’altra che prima faceva pochi visitatori e ora ne fa tanti (troppi) nella sua nuova sede in bella mostra: un acquario sotto i portici municipali, dove i frequentatori sono tutti del luogo. Apertura per due volte a settimana, il biglietto si prende all’entrata e si paga prima di uscire. Dopo un paio di ore di fila.

Stride con l’immagine del grande salotto vuoto di turisti, la scena di questo piccolo acquario strapieno. I turisti lo guardano con curiosità, credono che sia qualche museo e non comprendono che si tratta di una Via Crucis per i taorminesi, chiamati dai gestori (pro-tempore) della vasca a mettere la muta ed immergersi in apnea tra pretese di pagamento che assai spesso non sono nemmeno dovute.

La visita obbligata e talvolta reiterata all’acquario ha intossicato gli umori della gente ed è diventata l’augurio di “buone vacanze” a quelli che a gennaio (non ottobre…) vanno a riposarsi in Thailandia o altre mete esotiche.

Sotto questo cielo, a presidiare le mura, restano i “padroni del vapore”. Ai comandi in servizio permanente, chi fisicamente sul luogo e chi spiritualmente a distanza. Sono loro, le teste coronate del Ducato, a movimentare la noia dell’inverno taorminese con il loro fare eccentrico e tuttavia mai improvvisato.

Il racconto cosmopolita del turismo e della sua industria si ferma. Continua, invece, a passo spedito la narrazione del potere in salsa paesana. Mentre i palazzi storici s’aprono a una new era e diventano proscenio di serate danzanti e una fucina per dotte analisi sulle sorti della Trinacria, un Duumvirato recita e riempie la platea. Colma il vuoto lasciato dai turisti.

La città dorme, le serrande restano giù. Il palazzo è l’unica impresa di se stessa che a Taormina non chiude, dove la recita non conosce nessuna bassa stagione. Lo scettro si usa senza pause, si divide in due come il rito dell’ostia e si salda come nel rovescio di una stessa medaglia. E’ un telecomando a doppia frequenza.

Così il mondo aspetta la primavera, Taormina attende il suo risveglio con il paradosso del suo inverno: la stagione del Ducato col Duumvirato, dove fare turismo ad oltranza forse è una trama un po’ troppo complicata da sviluppare per i naviganti ma l’arte del potere simbiotico è assai più congeniale da declinare. Soprattutto è un esercizio partecipato.

In questa solitudine dorata, nulla cambia anzi qualcosa sì. Si compie una strana aritmetica: il salotto si svuota di turisti stranieri e l’economia dell’ospitalità va nel freezer, invece il forziere del regno continua a riempirsi, con l’acquario e i suoi visitatori locali. La prospettiva si ribalta. Non è più (soltanto) il mondo che viene a Taormina e dona al territorio una parte della sua ricchezza, ma è Taormina che ora fa cassa tutto l’anno. Peccato che una buona parte di questa “facondia” della Perla dello Ionio la si sprecherà e finirà altrove, qui e là, nell’hinterland e in Sicilia. Un pò come prima ma sicuramente molto più di prima.

Poco male se fuori non ci sono i turisti d’inverno. Torneranno presto. Qui tra le braccia fertili di Madre Natura e con il mito a sospingere i destini dei comuni mortali, si va sempre avanti. Adesso l’inverno del Ducato è un trionfo dell’abbondanza nel deserto. Un prodigio 4.0 dell’illusionismo in purezza.

Poi, ovviamente, alla fine della fiera, busserà alla porta della storia il tempo, che passa come uno scanner, fa le sue valutazioni ed è un arbitro ineludibile per tutto e tutti.

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