HomeEditorialiL'intoccabile Netanyahu, il fallimento morale di un Occidente diviso

L’intoccabile Netanyahu, il fallimento morale di un Occidente diviso

L’intoccabilità di Benjamin Netanyahu diventa, con il passare dei giorni, il più grande paradosso del diritto internazionale contemporaneo. Mentre il bilancio delle vittime a Gaza ha assunto proporzioni che molti organismi internazionali non esitano a definire criminali ed il cessate il fuoco si regge su un filo di estrema precarietà, il conflitto si è allargato al Libano, ed il premier israeliano continua a esercitare il potere all’interno di una bolla di apparente impunità. Questa condizione non è frutto del caso, ma di una cinica e abilissima architettura politica che poggia su pilastri geopolitici solidi.

Il primo di questi è indubbiamente il legame simbiotico con Donald Trump. Netanyahu ha compreso prima di chiunque altro che l’asse con il Presidente degli Stati Uniti non è solo una scelta diplomatica, ma uno scudo totale. L’ipotesi che il premier israeliano possa avere elementi per influenzare o persino “tenere in pugno” non sembra campata in aria e Trum, al netto della sua “genetica” imprevedibilità politica, riflette la percezione di un rapporto di forza in cui Israele non è più il partner minore, ma il perno di una strategia mediorientale che Washington non può permettersi di perdere.

Netanyahu si fa forte della certezza che, con Trump alla Casa Bianca, ogni pressione internazionale per il rispetto dei diritti umani o per la moderazione bellica verrebbe derubricata a rumore di fondo.

In questo scenario, l’Europa si riscopre drammaticamente irrilevante. Nonostante le retoriche sui valori universali, l’Unione Europea rimane ostaggio delle proprie divisioni interne e di un senso di colpa storico che impedisce l’adozione di sanzioni concrete. La mancanza di una voce unica permette a Netanyahu di ignorare i moniti di Bruxelles, consapevole che finché paesi come la Germania o l’Ungheria garantiranno una copertura diplomatica, non ci sarà mai una reale conseguenza economica o politica per le azioni intraprese sul campo.

L’intoccabilità di Netanyahu deriva infine dalla sua capacità di sovrapporre la propria sopravvivenza personale alla sicurezza dello Stato di Israele. Alimentando un clima di tensione perenne e di guerra ad oltranza su più fronti, egli neutralizza l’opposizione interna e rimanda sine die i processi che lo attendono all’orizzonte.

La guerra non è più solo uno strumento di difesa, ma una strategia di conservazione del potere: finché le armi sparano, Netanyahu si arroga il diritto di presentarsi come l’uomo del destino, rendendo il mondo spettatore impotente di un conflitto che sembra non avere più linee rosse, protetto da un’architettura di alleanze che antepone il realismo politico alla giustizia internazionale. Così, tra un’Europa paralizzata e un’America polarizzata, il premier israeliano continua a dettare l’agenda, consapevole che la sua forza non risiede più da un pezzo nel consenso, ormai naufragato, ma nell’assenza di un’alternativa che il sistema sia disposto a sostenere e mettere in campo.

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