Follia, assurdità e vergogna. Altro dolore dopo la strage di Crans Montana. C’è qualcosa di profondamente stridente nel veder trasformata una tragedia umana in una fredda disputa contabile, specialmente quando questa avviene tra due Paesi vicini che, sulla carta, dovrebbero essere legati da una solida cooperazione. Il caso di Crans-Montana sta rapidamente scivolando verso un corto circuito diplomatico che ha come oggetto le fatture emesse dall’ospedale di Sion nelle quali si chiedono oltre centomila franchi per un solo giorno di ricovero, il primo gennaio, all’indomani del terribile rogo nel locale “Le Constellation”.
La vicenda è quella del terribile rogo nel locale “Le Constellation” di Crans-Montana, avvenuto nella notte di Capodanno tra il 31 dicembre 2025 e il 1° gennaio 2026, che ha portato alla tragica fine di 41 persone. Ragazzi e ragazze che erano lì per festeggiare l’avvento del nuovo anno e che invece rimasero vittime di una trappola mortale. Un inferno di fiamme che adesso rischia di ucciderli per la seconda volta.
A scuotere l’opinione pubblica e la politica non è solo l’entità della cifra – già definita esorbitante dall’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado – ma la tempistica e la logica che sottostanno a tale pretesa. La reazione del Governo italiano è stata immediata, con la Premier, Giorgia Meloni, che ha bollato come “ignobile” la richiesta, chiarendo che l’Italia non ha alcuna intenzione di dare seguito a quello che viene percepito come un affronto alla solidarietà tra Stati. Il punto sollevato da Roma è duplice: da un lato c’è una questione di equità, ricordando che i cittadini svizzeri rimasti feriti nello stesso incidente sono stati curati per mesi a Milano senza che l’Italia presentasse conti di questo tipo; dall’altro c’è il tema della responsabilità, poiché la tragedia è avvenuta su suolo svizzero in un locale la cui sicurezza era di competenza delle autorità locali.
In questo clima di tensione, il principio di reciprocità citato dall’ambasciatore italiano non è solo un argomento legale, ma un richiamo ai valori di mutuo soccorso che dovrebbero regolare i rapporti di confine. L’Italia ha sottolineato come la propria Protezione Civile sia intervenuta tempestivamente con un elicottero nelle prime ore della tragedia, contribuendo a un’operazione di salvataggio che non ha guardato a passaporti o costi. Trincerarsi dietro regolamenti assicurativi o pretese burocratiche di fronte a un bilancio di vite umane così pesante — quaranta vittime accertate — appare come una mancanza di tatto che rischia di logorare anni di intese bilaterali. Se la giustizia elvetica e quella italiana intendono davvero collaborare nell’assistenza giudiziaria, come auspicato negli incontri a Berna, la risoluzione di questo stallo economico deve passare per un gesto di buon senso che ponga fine a una “battaglia delle fatture” francamente fuori luogo e che offende la memoria delle vittime e mortifica il dolore delle famiglie.
Inoltre, questa controversia apre un interrogativo inquietante sulla gestione degli eventi e sulla protezione dei cittadini europei all’estero. Mentre le indagini si allargano coinvolgendo non solo i gestori del locale ma anche i responsabili della sicurezza del comune di Crans-Montana per le mancate ispezioni antincendio, appare paradossale e totalmente inaccettabile, sul piano umano prima ancora che formale, che lo Stato in cui è avvenuta l’omissione di vigilanza chieda oggi un risarcimento per le conseguenze sanitarie di quella stessa negligenza.
Se la Svizzera dovesse insistere su questa linea, non solo metterebbe a rischio la propria immagine (o quel che ne rimane) di “rifugio sicuro” e accogliente, ma costringerebbe l’Italia e l’Europa a ripensare i protocolli di assistenza medica transfrontaliera, trasformando il diritto alla salute in una voce di bilancio soggetta a negoziazione politica. Con tutti gli annessi e connessi che ciò comporterebbe.


