HomeEditorialiCaldo estremo ed eco-ansia: l’estate infernale della guerra sul clima

Caldo estremo ed eco-ansia: l’estate infernale della guerra sul clima

L’aria è diventata irrespirabile, le notti tropicali non danno tregua e il termometro continua a toccare picchi record che alimentano quotidianamente l’allarmismo mediatico. È in questo scenario di afa opprimente che si fa largo l’eco-ansia, quel senso di angoscia profonda legato al futuro del nostro pianeta. Eppure, di fronte ai bollettini meteorologici della paura, è legittimo sollevare un’obiezione storica e pragmatica: in estate ha sempre fatto caldo. Al netto degli strepiti ormai quotidiani del Bonelli di turno che da sinistra arringa con la battaglia sul “negazionismo climatico” ma anche del minimalismo contrapposto a prescindere del Salvini-pensiero e di una larga parte di destra, la verità è che il picco della stagione estiva porta da sempre con sé temperature elevate. Cedere al catastrofismo emotivo per ogni singola ondata di calore rischia di acuire i disagi delle persone, ma anche di distorcere la realtà attraverso un inutile dibattito pubblico perennemente basato sullo scontro e sulla presunzione della verità. Il focus dovrebbe essere un altro.

La questione da affrontare non risiede nella presenza del sole bollente di luglio o d’agosto, ma nella frequenza e nella durata di queste anomalie. Il disagio collettivo va affrontato. Ma quelle stesse difficoltà che colpiscono soprattutto i fragili vengono amplificate in modo deleterio dall’eco delle inutili “guerre” mediatiche di ogni sera nei salotti tv, che generano nelle persone un senso latente di confusione, smarrimento e impotenza. I cittadini italiani e quelli europei si trovano intrappolati in un paradosso frustrante. Da un lato, sono chiamati a compiere enormi sacrifici economici per adeguarsi a normative continentali sempre più stringenti, dalle transizioni energetiche delle abitazioni ai limiti sulla mobilità. Dall’altro lato, nonostante questi sforzi virtuosi e costosi, il termometro non accenna a scendere, generando la percezione che ogni rinuncia individuale sia del tutto vana ai fini del cambiamento globale che indubbiamente è in atto.

Questa frustrazione nasce da un errore di prospettiva: l’illusione eurocentrica che le sorti del clima mondiale si decidano esclusivamente a Bruxelles, Parigi o Roma.

Qualcosa è già successo, i fenomeni estremi sono un dato di fatto e li stiamo vedendo in tutta la loro imprevedibilità e potenza. La realtà dei numeri racconta però una storia molto diversa sull’origine geografica di quel cambiamento. L’Unione Europea è oggi responsabile di appena il 6% circa delle emissioni globali di gas serra, una quota minima e in costante calo. Anche se l’Europa azzerasse completamente il proprio impatto ambientale domani mattina, l’effetto sul riscaldamento globale sarebbe quasi impercettibile. I veri motori del cambiamento climatico si trovano ben oltre i nostri confini.

Basta allargare lo sguardo alla mappa geopolitica dello sviluppo industriale per individuare i veri giganti dell’inquinamento atmosferico. Paesi come la Cina, l’India e gli Stati Uniti, insieme ad altre economie emergenti, continuano a trainare le emissioni globali, spesso accelerando l’uso di combustibili fossili per sostenere la propria crescita economica e industriale. Fino a quando i leader di queste superpotenze non adotteranno vincoli reali e drastici, ogni sforzo di decrescita o transizione imposto al cittadino europeo rimarrà vano. Una goccia pulita in un oceano di smog, incapace di invertire la rotta termica del pianeta.

In definitiva la solita lite all’italiana, pure sul clima, di questa stagione, tra sinistra e destra, non porta da nessuna parte e non risolve nulla. Non si può “colpevolizzare” il singolo cittadino per l’uso del condizionatore o per l’acquisto di un’auto tradizionale piuttosto che una vettura in linea con le nuove direttive UE. L’ansia climatica occidentale deve trasformarsi nel buon senso di un realismo geopolitico trasversale che sappia andare oltre le barriere ideologiche. La questione climatica non può avere colori politici. La sfida ecologica non si vince penalizzando il tessuto sociale ed economico europeo, ma esercitando una pressione diplomatica e commerciale coesa e severa quando ci si siede ai tavoli internazionali. Solo imponendo standard globali intransigenti ai veri grandi “inquinatori” della Terra si può sperare di consegnare alle future generazioni la possibilità di respirare un’aria più fresca, smettendo finalmente di scontare, da soli, i costi di un’emergenza che è semplicemente globale. Appartiene a tutti e non ha depositari della verità climatica.

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