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Elimination chamber Taormina: in 10 anni affitti commerciali da 2 mila € a 70 mila euro. E non è finita…

TAORMINA – C’era una volta il “sogno” di chi voleva aprire un’attività in Corso Umberto a Taormina. Ambizioni e velleità sono ormai destinate a finire in un cassetto o ad andare praticamente in frantumi (fate voi) per i piccoli commercianti e imprenditori che non hanno una forte disponibilità economica e si trovano a fare i conti con la sostanziale impossibilità di entrare nel salotto della Perla dello Ionio. L’impennata dei costi per le locazioni delle attività commerciali taglia fuori dai giochi i “pesci piccoli”. Il lusso si è preso la scena, i prezzi galoppano, i proprietari di immobili gongolano e sparano alto. E promettono di fare altre “vittime”.

Non più tardi di 10 anni fa c’era ancora qualcuno che in Corso Umberto riusciva a trovare un piccolo immobile a cifre “terrestri”, tra i e 2 e i 3 mila euro di canone d’affitto mensile. Nel giro di pochi anni si è concretizzato un aumento esponenziale dei parametri d’affitto ed è storia nota che il primato attuale della locazione più salata appartenga ad un locale dove il canone – euro in più, euro in meno – è di circa 70 mila euro al mese. E, al netto, degli estremi più alti, si è materializzata una crescita altrettanto netta del costo medio di un affitto anche per le botteghe, dove difficilmente si scende sotto la doppia cifra e per un negozio c’è chi chiede tra i 15 e i 20 mila euro al mese.

Ma la mazzata finale, il colpo del ko tecnico che di fatto ha centrifugato gli equilibri è l’altro dazio da pagare. Non c’è soltanto da affrontare la sostenibilità di una locazione, di per sé già alta, ma anche la pretesa da soddisfare della cosiddetta “buona entrata”. Una richiesta che in diverse circostanze si traduce in una tagliola implacabile. E qui si registrano numeri che ammazzerebbero anche un toro. Pure un bambino di due anni comprenderebbe benissimo che non esiste nessuna possibilità per un “comune mortale” (a meno che non voglia iscriversi al club dei pirati del risciacquo..) di sobbarcarsi un affitto mensile tra le 10 e le 15 mila euro, e un ulteriore salasso a due zeri prima ancora di aprire l’attività. Per capirci la “buona entrata” può variare, a seconda dei casi e della tipologia di immobile, dalle 200-300 euro mila alle 600-700 mila euro.

Ecco perché appare sin troppo facile preventivare che più si andrà avanti e più il Corso Umberto diventerà un affare esclusivo per ricchi. E chi pensa o si illude che le cifre odierne siano quelle finali non ha realizzato che la cavalcata delle valchirie non è finita e spunteranno, da qui a non molto, ulteriori rilanci choc.

Per le grandi aziende un affitto stellare a Taormina non è un problema che toglie il sonno la notte, perché la Perla dello Ionio si inserisce nel quadro molto più ampio di bilanci milionari dove non è il costo di una singola attività a fare la differenza. Non sarà, insomma, il prezzo di un immobile a Taormina a rischiare di far fallire una holding internazionale. Per i giganti del mercato Taormina semmai è la bandierina strategica da piazzare, un “capriccio” da esibire, una presenza da aggiungere al portfolio delle mete italiane più rinomate dove il brand di turno è presente. Tanto più in una stagione il cui Taormina è diventata una destinazione di riferimento del lusso e diversi brand importanti hanno piantato le tende da queste parti.

Nel frattempo non mancano nemmeno i furbacchioni che fanno finanza creativa, cercano l’affare, riescono a prendere in affitto un immobile e poi lo sub-affittano ad altri all’indomani. E ovviamente c’è da fare attenzione al sempre vigile interesse dei “pirati del risciacquo”, che a Taormina hanno già fatto affari nel tempo e proveranno a farne altri. Manovre a fisarmonica che vanno al di là del perimetro commerciale e si concentrano anche su quello residenziale.

Chi resisterà in questo gioco perverso all’aumento? Si va verso una sorta di “elimination chamber”, un gioco dai risvolti pericolosi dove sono in tanti a pensare che la bolla si gonfia, avanza e s’abbuffa ma poi, presto o tardi, potrebbe scoppiare. Finirà davvero così? Chissà, non è detto.

Una sola certezza impietosa: il taorminese è destinato a recitare sempre più il ruolo marginale dello spettatore non pagante. Non ha più la forza economica per competere con i colossi che da fuori si stanno prendendo la città, pezzo dopo pezzo. Il taorminese (o presunto tale, perché poi di veri taorminesi ne sono rimasti assai pochi) le sue cartucce se l’è sparate in altri tempi e non ha saputo gestire con parsimonia la fortuna che ha accumulato nei momenti d’oro. Pochi imprenditori, prudenti e accorti, sono rimasti in piedi e possono ambire a difendere legittimamente il loro spazio e a conservare un ruolo di tutto rispetto nel territorio. Molti altri si sono buttati via, qualcuno è stato anche sfortunato o la transizione generazionale si è rivelata non all’altezza, ma la maggior parte sono usciti di scena perché non hanno fiutato il pericolo dei tempi che cambiano. La storia su questo fronte è arrivata ai titoli di coda e a poco o nulla vale la predica con l’anatema di comodo verso i nuovi “padroni” della città se non si ha il coraggio di fare mea culpa.

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