Arrivare a 96 anni e non sentirli. Domenica festeggerà il suo venerando traguardo anagrafico un italiano di cui si parla poco ma che ha fatto cose straordinarie nella sua vita e merita un enorme applauso. Stiamo parlando di don Antonio Mazzi. Se si cerca sul Web il suo nome, soprattutto quelli più giovani che nemmeno lo conoscono, troveranno scritto: “Presbitero, educatore e attivista italiano, impegnato in attività per il recupero di tossicodipendenti”. In realtà don Mazzi è un piccolo grande eroe silenzioso d’altri tempi.
Dal 1979 è direttore dell’Opera don Calabria di Milano in via Pusiano, a ridosso del Parco Lambro. La gravità evidente del fenomeno della tossicodipendenza lo spinge all’ideazione del Progetto Exodus e alla fondazione della Comunità Exodus, che nasce nel 1980 per il recupero di ragazzi tossicodipendenti. Nel 1984 ottenne dal Comune la Cascina “Molino Torrette”, che diventerà la sede madre della Comunità e dei Progetti Exodus. Da lì partiranno anche varie altre attività dirette al territorio milanese. Dal 1997 riuscì ad avviare una serie di iniziative chiamate Tremenda Voglia di Vivere, tra le quali l’Agenda Tremenda, un diario scolastico pubblicato annualmente fino a oggi.
La sua fondazione Exodus, da 41 anni a questa parte ha salvato migliaia di ragazzi da droga e violenza. E tra i ragazzi che don Mazzi ha strappato al mondo della tossicodipendenza ce ne sono alcuni provenienti dalla Sicilia, alcuni sono arrivati da lui anche da Taormina.
Come ha raccontato a “Repubblica”, don Mazzi è un uomo dalla tempra infaticabile e dal coraggio raro. Un prete di strada che arriva da una famiglia povera, perché suo padre morì a 30 anni di broncopolmonite. Dopo le elementari lo mandarono nel collegio don Calabria di Verona. Tutto quello che ha costruito, la sua comunità, l’ha messa in piedi con le proprie mani.
“Non ho mai cercato la Chiesa, io lavoro con i volontari. L’unico che mi ha aiutato, alla sua maniera, da gesuita, è stato il cardinale Carlo Maria Martini”, tiene a sottolineare. “Non mi interessa una Chiesa fatta così: sono rimaste le mura ma dov’è lo spirito? È il motivo per cui le chiese sono vuote. Il Papa (il precedente Pontefice, Bergoglio, ndr) è andato a trovare Emma Bonino e l’Italia intera si è stupita ma è una cosa che dovrebbe fare regolarmente. Il Papa è il vescovo di Roma, con la gente dovrebbe starci sempre».
Enrico Ferro, cronista di Repubblica, ha raccontato in modo perfetto il senso dell’impresa di don Mazzi: “Nella casa con il mulino, tra le foto incorniciate, ce n’è una con il tronco di un albero e decine di siringhe conficcate. C’è scritto: Parco Lambro, 1984. È un monito per non dimenticare la palude sociale dell’eroina che inghiottiva giovani vite, in questo polmone verde tra l’ospedale San Raffaele, la tangenziale e i palazzoni di Milano 2. Quarant’anni dopo, intorno a Cascina Molino Torrette, sono cresciuti i fiori e anche la fondazione Exodus di don Antonio Mazzi. Nonostante il peso dell’età, lui è ancora lì, sulla sua scrivania senza pc, dove le lettere vengono scritte a mano”.
“A San Patrignano li rinchiudevano dentro in comunità. Io ho fatto una scelta diversa: ai disperati del parco Lambro proposi di venire con me a fare un’avventura. E partimmo con la prima carovana, 9 mesi in giro per l’Italia, con le bici e il camper. Non ho segreti, credo negli spazi aperti, nelle alternative alle carceri – ha evidenziato don Mazzi.
“Il problema non è solo la droga, il problema più grave dei giovani di oggi è che gli abbiamo spento il futuro. Mentre la società di ieri provocava, quella di oggi non stimola. I pazzi del ’68 agivano in nome degli ideali, quelli di oggi ammazzano e basta”.
Dicevamo – e questo lo aggiungiamo noi – che don Mazzi ha salvato tante vite e che tra queste ne ha tirate fuori dalla palude della tossicodipendenza anche alcune di Taormina e di questo comprensorio. Sono storie che, ovviamente, facciamo rimanere nell’alveo della riservatezza e dell’anonimato, e che, tuttavia, hanno rappresentato anni duri e momenti di strenua lotta, e talvolta disperazione, per le malcapitate famiglie di quei ragazzi.
Ma don Mazzi è un gigante dell’aiuto agli ultimi. Un baluardo vero, non un paladino farlocco, del sostegno generoso e incondizionato agli altri. A 96 anni, sospinto da una forza d’animo incrollabile e da sentimenti nobili, vive ancora con i giovani, pensa come i 30anni e mangia accanto a loro. Con uno spirito che commuove e che rappresenta un modello eccezionale al quale guardare per cogliere il senso autentico della vita.
Siamo tutti sulla stessa barca ma troppo spesso non ce ne rendiamo conto, distratti o convinti, peggio ancora fuorviati, dall’idea che il tempo sia soltanto un giocattolo da utilizzare per soddisfare la materialità individualista dei bisogni avidi del proprio ego.
Una frase di don Antonio Mazzi dice tutto, per chi vorrà comprenderla: “Me ne andrò convinto che altri potranno continuare ciò che io ho cominciato. Non ho fatto tutto e questo mi rende felice”. Forse non avrà fatto tutto, ma certamente ha fatto tanto per gli ultimi.


