La politica, si sa, è l’arte dell’attesa, e Roberto Vannacci sembra averlo capito prima di molti “professionisti” di lunga data del Transatlantico. Con le elezioni politiche fissate all’orizzonte del 2027, il quadro descritto dagli ultimi sondaggi è qualcosa di più di un semplice campanello d’allarme per gli attuali inquilini di Palazzo Chigi: è una faglia che rischia di spaccare la coalizione di governo e condurla all’opposizione.
Futuro Nazionale viene già stimato al 7,5%, una cifra che proietta il Generale sopra Forza Italia e sopra la Lega di Matteo Salvini. Dati alla mano, Vannacci sarebbe oggi la seconda forza del centrodestra, ma con la peculiarità di trovarsi formalmente fuori dal perimetro della coalizione a causa dei veti incrociati degli alleati. Salvini ha alzato un muro contro qualsiasi intesa, Forza Italia lo osserva con profonda diffidenza e Giorgia Meloni ha dato l’ordine tassativo di ignorarlo.
Eppure, proprio in questa apparente solitudine si nasconde la strategia del Generale, che applica la tattica della porta aperta sul vuoto. Si dichiara pronto al dialogo con il centrodestra ben sapendo che quella porta, per lui, oggi è sbarrata da Palazzo Chigi. Nel frattempo lancia segnali precisi, come il via libera preventivo a Giorgia Meloni per il Quirinale nel post-Mattarella, perché sa perfettamente che il tempo gioca a suo favore e che, presto o tardi, la premier dovrà sedersi ad un tavolo. Ma non adesso. Vannacci ha già messo in conto lo scenario più radicale, ovvero quello di andare alle urne da solo nel 2027, una corsa in solitaria utile a fare il pieno di consensi drenando i voti della Lega in affanno ed intercettando un pezzo di quella destra identitaria e delusa di Fratelli d’Italia.
Con un Vannacci al 7,5% fuori dalla coalizione, la matematica parlamentare diventerebbe spietata: senza i suoi voti, il centrodestra ha pochissime chance di confermarsi alla guida del Paese. Paradossalmente, persino una vittoria del centrosinistra e la nascita di un governo di “campo largo” farebbero gioco ai piani del Generale. La storia recente insegna infatti che l’opposizione è il miglior carburante per il consenso, una parabola politica speculare a quella che a suo tempo ha portato la stessa Meloni dal 4% al 30% e che prima ancora aveva visto arrivare a quei numeri pure Matteo Salvini. La vera partita di Vannacci si giocherà quindi sui “cocci” di quello che accadrebbe all’indomani di una sconfitta della destra, quando gli equilibri degli attuali partiti di governo salterebbero definitivamente.
Il giorno dopo il voto la Lega arriverebbe al capolinea dell’era Salvini, svuotata nei consensi e pronta alla resa dei conti interna guidata dai governatori del Nord come Zaia e Fedriga e dal ministro Giorgetti. Parallelamente, in Forza Italia si consumerebbe la prevedibile uscita di scena di Antonio Tajani, aprendo una complessa successione i cui veri decisori sarebbero i Berlusconi. Si aprirebbe così lo scontro tra Marina, storicamente avversa al Generale, e Pier Silvio, decisamente più possibilista verso un’alleanza a destra. In quel quadro frammentato, Meloni si troverebbe costretta ad aprire a un fronte coeso di opposizione per non farsi scavalcare.
Il Generale sa bene che un eventuale governo delle sinistre unito in un campo largo potrebbe durare molto meno dei cinque anni canonici e che, in ogni caso, la prossima maggioranza che uscirà dalle urne avrà numeri risicati e quindi i voti di Futuro Nazionale conteranno e saranno un ago della bilancia. Sarà proprio in quel momento di massima fragilità del sistema che l’asse tra la leader di Fratelli d’Italia e Vannacci potrà trasformarsi in realtà, cementando un’alleanza oggi (quasi) impossibile. Meloni punta al Quirinale, Vannacci ha nel mirino la leadership del centrodestra e sogna di arrivare a Palazzo Chigi. Quello del Generale, che vorrebbe ripercorrere le orme di AFD, è un assedio a lungo termine. Aspetta che il tempo e le dinamiche prevedibili della politica romana facciano il loro corso e mette in conto che la sua svolta è destinata a passare anche o soprattutto da una possibile (e per lui auspicabile) sconfitta dell’attuale centrodestra.


