E’ durata 16 giorni l’avventura di Paolo Maldini e Leonardo al vertice del nuovo corso della Nazionale Italiana. A furore di popolo il terzino leggendario del Milan era stato scelto per imprimere una svolta e con lui era arrivato anche un brasiliano cittadino del mondo che ormai in Italia è da tanti anni di casa.
Sembrava il viatico giusto per mettere le fondamenta di un cambiamento. Alla fine si è trasformato in un disastro totale. Maldini e Leonardo hanno provato a portare sulla panchina della Nazionale Pep Guardiola con una trattativa che sin dall’inizio aveva probabilità di riuscita pari a quasi zero. Perché Guardiola aveva già detto che dopo il suo addio al Manchester City non aveva intenzione di ripartire subito, perché lo spagnolo chiedeva un ingaggio stellare che la FIGC non avrebbe mai potuto garantirgli e un conto è interloquire con una differenza minima domanda e offerta, altra storia è trattare con una distanza siderale: lui chiedeva 20 milioni, loro offrivano 5 milioni. Capitolo chiuso: ma il dopo-Guardiola è stato una Caporetto assoluta. Da Guardiola ad Andrea Pirlo è uno sprofondo di intenzioni che ha scatenato la rivolta di una larga parte dell’Italia pallonara. Pirlo calciatore non si discute, un campione di livello altissimo, la versione allenatore è l’opposto, perché ha deluso alla Juventus e poi ha collezionato altri fallimenti sino a farsi esonerare in Serie B dalla Sampdoria. La bufera totale ha toccato l’apice con la scoperta del contratto che poi si è rivelato fatale tra Pirlo e una società di scommesse russa. Rare volte la politica italiana si è trovata d’accordo nel fare le barricate, da destra a sinistra, con una posizione condivisa sulla stessa questione. Pirlo è riuscito nell’impresa di unire l’arco costituzionale dei partiti e a quel punto Giovanni Malagò ha mollato il candidato alla panchina dell’Italia ma soprattutto ha stoppato Maldini e Leonardo. C’è di più perché i due, a quanto pare, avevano in seguito provato a convincere il presidente della FIGC ad ingaggiare Thiago Motta.
La misura era ormai colma. Due allenatori reduci da fallimenti, due scelte improponibili da parte di Maldini e Leonardo. Inevitabile la discesa in campo di Malagò, che non poteva perdere la faccia e deludere le attese riposte sulla sua nomina. Ha messo una pezza in extremis e ha raddrizzato la barca che stava subito affondando. Si è preso la responsabilità di scegliere lui il CT. Giusta anche la decisione di Maldini e Leonardo di dimettersi. Si sono sfiduciati da soli, proponendo al Paese tecnici che non avevano il peso e la caratura per risollevare una Nazionale reduce da tre fallimenti consecutivi e altrettante assenze dal Mondiale. Si sono intestarditi su valutazioni discutibili che non facevano affatto presagire una svolta.
Così torna Roberto Mancini, che c’era sulla panchina azzurra in uno di quei tre flop ma è stato anche l’allenatore dell’ultimo successo azzurro in una grande competizione all’Europeo nel 2021. Mancini conosce l’ambiente, ha esperienza e carattere. Si dirà che era “fuggito” dal ruolo di CT e ha tradito la patria per un ricco contratto in Medio Oriente ma – parliamoci chiaro e senza moralismi da tastiera – al suo posto chi avrebbe rifiutato un contratto da 5 milioni di euro a stagione? Nessuno. Tutto il resto è letteratura e ipocrisia in salsa italica.
E con il ritorno di Mancini arriva Claudio Ranieri, un gran signore del calcio italiano e internazionale che ha lo spessore giusto per fare il DT. “Sir” Ranieri è un uomo perbene che potrà aiutare la Nazionale ad avere dietro la scrivania una figura saggia ed esperta. Alla fine, insomma, la Nazionale riparte dal clamore di una figuraccia che è evidente e innegabile. Ma stavolta almeno è stata una figuraccia a lieto fine. Mettiamola così.
Adesso viene la parte più difficile: l’Operazione Lazzaro. La resurrezione del calcio italiano è un obiettivo complicato da centrare ma un orizzonte ineludibile. Dopo l’indecenza di tre Mondiali vissuti sul divano di casa a guardare tutti gli altri disputare il torneo più importante, e almeno 15 anni di arretramento imbarazzante del movimento calcistico italiano, bisogna rimboccarsi le maniche, togliersi la spocchia del traccheggiare per vivacchiare, e risalire la china. Rifondare seriamente ripartendo dai giovani. E’ il tempo della strambata, l’ora ineludibile dei fatti.


