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Da Guardiola a Pirlo, è notte fonda per l’Italia senza meritocrazia di Leonardo e Maldini

Il “No” ampiamente prevedibile di Pep Guardiola alla FIGC rischia di spalancare le porte del baratro finale per la Nazionale Italiana, che dopo tre qualificazioni mancate ai Mondiali sembra voler prenotare il poker di fallimenti. Giovanni Malagò, eletto a furore di popolo nuovo presidente della FIGC, ha provato ad imprimere una svolta con l’idea di inseguire un nome “top” per la panchina azzurra, con l’idea di rilanciare le ambizioni ed imprimere una scossa all’intero movimento. Prima ancora Malagò si è affidato a due ex grandi calciatori, Paolo Maldini e Leonardo, leggende del rettangolo di gioco elevate rispettivamente a direttore tecnico e advisor della federazione, che però quell’idea di cambiamento più che accompagnarla rischiano di affossarla subito, sul nascere.

La crisi è lì che galoppa e va avanti da un decennio ed il peggio forse non è alle spalle ma all’orizzonte. Maldini e Leonardo hanno cominciato le consultazioni e prima hanno incassato il No di Carlo Ancelotti, poi si sono beccati il No di Pep Guardiola, che avevano individuato come “foglia di fico” per risolvere i problemi dell’Italia e del calcio italiano con un big del pallone mondiale. La tentazione (o fissazione) era quella di “trapiantare” il tiki taka spagnolo nell’Italia catenacciara che non va al Mondiale dal 2014.

Leonardo ieri ha detto che bisogna rilanciare il movimento puntando sulla tecnica e sui calciatori capaci di saltare l’uomo. Come non essere d’accordo con lui. Un paradosso, in realtà, con il tiki taka di Guardiola che quel modo di giocare lo elude a suon di passaggi(ni) e non a caso lo stesso Pep si è ormai convertito al calcio verticale nell’ultima fase della sua esperienza al Manchester City, perché chi è un uomo intelligente sa che tutto ha il suo tempo. E’ la regola base della vita.

Ma la notizia che “se non viene Guardiola, c’è Pirlo”, è molto di più di un salto nel buio. E’ lo sprofondo che sa di secchiata ultra-gelida in faccia all’aspettativa degli italiani di rivedere la Nazionale in un Mondiale, dopo che un’intera generazione questa emozione se l’è persa. Di solito, in un modo o nell’altro, i pianeti si allineano e si trovano le alternative, le soluzioni funzionali anche se non sono le più ideali. Qui da Guardiola a Pirlo è come se a una donna chiedessero se preferisci George Clooney o Massimo Ceccherini o se a un uomo domandassero chi è meglio tra Sharon Stone e Gegia. Oltre la pura estetica, la qualità della scelta. Come chiedersi se sia più affascinante andare alle Maldive o ad Ostia.

De La Fuente ha lavorato quasi dieci anni in federazione. Ha portato la sua Nazionale alla vittoria l’Under 15, l’Under 19, ha vinto i Giochi del Mediterraneo, ha conquistato l’argento alle Olimpiadi di Tokyo. Ha fatto la gavetta e poi ha vinto l’Europeo e il Mondiale. Pirlo ha alle sue spalle una carriera straordinaria da calciatore ma da allenatore cosa ha vinto o perlomeno cosa ha espresso sinora? Niente. Male alla Juventus che con lui – potendo contare sul talento di un “certo” Cristiano Ronaldo in campo – ha abdicato dopo 9 scudetti consecutivi, poi è andato in Turchia, è finito in Serie B alla Sampdoria (esonerato) e negli Emirati Arabi Uniti. Se questo è un curriculum per allenare la Nazionale, in Italia ci sarebbero altri 200-300 tecnici che potrebbero candidarsi.

Insomma Pirlo CT non sarebbe una scelta meritocratica ma altro. Il frutto di una indicazione riconducibile ad arroganza, presunzione e probabilmente di amicizie e buoni rapporti che determinano i ruoli oltre agli ineludibili aspetti valoriali.

A ben guardare le facce, la postura e la prossemica di Leonardo e Maldini di ieri in conferenza stampa non sembravano due che dovrebbero salvare il calcio italiano. Su Maldini calciatore il giudizio era e rimane eccezionale, da dirigente è un’altra storia. Oltre uno scudetto vinto con il Milan non si ricorda altro. E non è stato incoraggiante vederlo assecondare Leonardo, nella versione da professore in cattedra del brasiliano.

A questo punto Malagò si gioca tutto. O si fa incartare e subisce la scelta (perdente) di Pirlo oppure s’impone e mette un freno alla coppia Leonardo-Maldini e li indirizza verso una scelta più logica e meritocratica come Mancini, Conte o chi altro. Magari Pirlo smentirà tutti, diventerà il nuovo Guardiola e vincerà tutto. Ad oggi da allenatore non ha vinto niente. Morale della favola: non c’è un solo motivo per sceglierlo come nuovo Commissario tecnico della Nazionale Italiana.

Altrimenti non lamentiamoci delle parole (condivisibili) del presidente della FITP Angelo Binaghi, che ha criticato ripetutamente il calcio italiano, polemizzando sulla classe dirigente, sui calendari sovrapposti agli eventi tennistici e sui comportamenti dei calciatori rispetto ai tennisti. “Rispetto il calcio degli italiani ma non la sua classe dirigente”. Dieci minuti di applausi per Binaghi.

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