Matteo Renzi sta muovendo i suoi pezzi sulla scacchiera politica con una convinzione ormai radicata: l’attuale asse del centrosinistra guidato da Elly Schlein e Giuseppe Conte non ha le carte in regola per superare Giorgia Meloni e vincere le elezioni politiche del 2027. Convinto che la segretaria del Partito Democratico e il leader del Movimento 5 Stelle incarnino una proposta politica strutturalmente minoritaria e incapace di attrarre in termini significativi l’elettorato moderato, l’ex premier ha deciso di lanciare quella che molti osservatori definiscono la sua personale spallata per la leadership della coalizione. La strategia si concentra su una figura emergente e dal forte impatto mediatico: la sindaca di Genova ed ex campionessa olimpica Silvia Salis, individuata ormai da tempo come la potenziale carta vincente per sparigliare i vecchi equilibri del cosiddetto campo largo.
Il recente sondaggio Eumetra per Piazza pulita (La7) ha evidenziato che gli elettori del campo largo non vogliono le primarie per scegliere il leader. Il 49,8% degli intervistati preferirebbe un accordo politico tradizionale, contro il 33,9% che chiede il voto interno. Anche sulla base di questo dato, Renzi è dell’idea che serva una terza persona tra Schlein e Conte. Ed è Silvia Salis.
Dietro i ripetuti appelli di Renzi, che invita apertamente Salis a non sottrarsi alla sfida delle primarie di coalizione, si nasconde il preciso tentativo di costruire una “quarta gamba” o un’area riformista robusta, capace di superare il dualismo logorante tra PD e Cinque Stelle. Agli occhi del leader di Italia Viva, il “modello Salis” rappresenta un’operazione politica e comunicativa speculare e contraria a quella di Giorgia Meloni: una figura femminile dal profilo civico, estranea alle vecchie liturgie di partito, capace di parlare sia ai mercati finanziari sia alla piazza dei diritti civili, come dimostrato dalla sua forte esposizione internazionale e dalla viralità dei suoi eventi sul territorio. Spingere Salis a uscire definitivamente allo scoperto come vera e propria federatrice nazionale significa per Renzi offrire un baricentro alternativo a un elettorato che non si riconosce nella linea massimalista di Schlein o nelle parabole populiste di Conte.
Questa manovra di sfondamento al centro sta creando non poche fibrillazioni nei quartieri generali romani dei progressisti. La reazione del Partito Democratico non si è fatta attendere, con i vertici del Nazareno che hanno subito blindato la segretaria dichiarando formalmente conclusa la stagione dei “federatori esterni” alla ricerca di scorciatoie mediatiche. Dal canto suo, Conte bolla l’intera operazione come una manovra che alimenta sterili personalismi prima ancora di aver definito un programma di governo condiviso per il 2027. Nonostante le smentite di rito della stessa sindaca ligure, che formalmente dichiara di voler rimanere concentrata sull’amministrazione di Genova ed esprime scetticismo verso lo strumento divisivo delle primarie, le sue recenti aperture alla stampa internazionale testimoniano che la suggestione di una sfida nazionale non le è affatto indifferente. Renzi continua a tessere la sua tela, consapevole che il tempo stringe e che la costruzione di una leadership alternativa è l’unica via per evitare quella che ritiene una sconfitta annunciata del centrosinistra contro l’attuale maggioranza di governo.


