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De Luca molla Schifani: “Per lei è finita qui”. Ora Cateno vuole il voto subito perché l’onda La Vardera fa paura

Cateno De Luca vota contro la legge di stabilità all’Ars e nella travagliata notte politica palermitana in cui l’Ars approva a fatica la manovra, fa scendere il “sipario” sulla fase dei “complimenti” e del sostegno esterno al presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani. Prima c’era stata la guerra dura e feroce in campagna elettorale per le Regionali del 2022, poi la virata per uscire dall’isolamento con la pax sancita con l’intercessione del meloniano Gaetano Galvagno (presidente dell’Ars), che aveva portato all’ok della maggioranza alla deroga a Sud chiama Nord per il mantenimento del gruppo parlamentare nell’Ufficio di presidenza. Ora il tempo dei convenevoli è finito.

Tasto stop, è già iniziata un’altra partita, De Luca sente il profumo di “urne” e si è già rimesso a girare la Sicilia con il mood da palco e la divisa da combattimento. Il “padre nobile” della politica, Schifani, come lo aveva battezzato De Luca, fa i conti con la crisi profonda del suo governo e non verrà ricandidato dal centrodestra. Così viene mollato all’istante da De Luca che, da campione in purezza di “meteorologia” politica, scruta il vento per ascoltarne il soffio, cavalca la rissa di una maggioranza allo sbando e liquida il governatore. De Luca, alla De Luca, suona il requiem: “L’esperienza del presidente Schifani è finita qui“.

Queste le parole di De Luca nella sua dichiarazione di voto contrario di ScN alla legge di stabilità, poi approvata stanotte dall’Assemblea Regionale. “Con il dibattito sulla legge di stabilità è emerso che il presidente Schifani oltre a non rappresentare la maggioranza dei siciliani, in quanto eletto appena con il 19% del consenso effettivo dei siciliani, ora non ha neanche la maggioranza politica in Parlamento. Chiudo con un suggerimento non richiesto: non ha più la maggioranza effettiva e subisce la dittatura delle elezioni”.

“I capi tribù della maggioranza in questi 3 anni, oltre a tenerla in ostaggio, hanno avuto pure la capacità di allineare la rappresentanza politica all’interno del Parlamento a quella fuori dal Parlamento. Schifani è stato messo in minoranza nel Parlamento. Per andare avanti, se vuole realmente, farlo, deve azzerare immediatamente la Giunta. Deve assegnare gli assessori ai suoi capi tribù con un mero criterio matematico, considerato che non c’è più amalgama politica. Deve accontentare i suoi capi tribu che ormai hanno fatto saltare il sodalizio politico, non solo tra i partiti di maggioranza ma anche nell’ambito dei singoli partiti che sulla carta la sostengono. Mi dispiace dirlo ma Schifani, sinceramente, a volte mi fa tenerezza. Mi sembra come quel personaggio messo in un angolo, girato di spalle, che prende schiaffi e deve girarsi per individuare da chi li ha ricevuti. Le sue mancate riforme, i mancati compromessi con le opposizioni, la sua paralisi amministrativa, la sua assenza di strategicità, l’approfittamento del suo cerchio magico, il rapace individualismo di buona parte dei suoi assessori, il suo reagire da Re Sole, il suo malessere di Re Solo, che plasticamente descriverei come quel simpatico gioco: “A moffa suddatu”, lo schiaffo del sindaco. Se chiedete all’intelligenza artificiale vi risponderà che è un modo di dire del dialetto siciliano per indicare uno schiaffo forte e deciso. Spesso un malrovescio dato a mano aperta che può anche avere un’accezione di lezione morale o di umiliazione”.

Quindi l’affondo finale: “Schifani non sarà più ricandidato. L’unico che forse ancora non se n’è reso conto è lo stesso Schifani”.

E allora emergono due dati politici: il primo è evidentemente quello di una legislatura che a Palermo nessuno sa quanto (e se) durerà ancora ma che in ogni caso non avrà poi il seguito di una ricandidatura di Renato Schifani. Ma questo lo si sa da tempo e non occorreva la legge di stabilità per averne certezza e nemmeno conferma.

L’altro dato è che De Luca assedia Schifani, lo attacca, lo provoca e lo spinge ad un “rimpasto” che potrebbe tradursi nel detonatore finale della crisi. Altro caos e altre liti per le poltrone. Anche questo De Luca lo sa, così come sa bene che pure lui probabilmente ha la necessità che questa legislatura si chiuda in fretta. La strategia deluchiana della “confusione” è partita, la tattica del caos nel caos, il suo “5-5-5” è già sui tavoli della politica siciliana. Bisogna destabilizzare ancora di più, spaccare tutto quello che si può rompere e pure ciò che si è già frantumato. Questa è la strada che sta percorrendo De Luca.

Il sindaco di Taormina scalpita, arremba e cerca il centro della scena mentre centrodestra e centrosinistra non si fidano (politicamente) di lui e lo hanno messo all’angolo. Prepara il suo “Governo di Liberazione” per risalire la china e non farsi trascinare dalla corrente. Deve mostrarsi protagonista e ha fretta perché l’avanzata di Ismaele La Vardera nei sondaggi è un’onda che fa paura a tutti ma soprattutto s’incunea nel suo elettorato. E’ un terremoto che giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, toglie consensi a De Luca e si porta via un pezzo alla volta di quel che resta del clamoroso 25% del 2022. La Vardera oggi è davvero al 14%? Non lo sappiamo, i sondaggi vanno presi con estrema prudenza. Lo stesso vale per il 9% di De Luca e Sud chiama Nord, distante anni luce dal boom di tre anni fa e che, però, può ancora sperare di aggrapparsi a questo 9%, deve difenderlo e farlo valere per un’alleanza, accreditandosi come “ago della bilancia”. Il punto è che, se non si voterà subito, più tempo passerà e più La Vardera avanzerà, andando a conquistare altri consensi nella platea del voto di “pancia” e degli anti-sistema. Ecco perché De Luca “tifa” per il voto anticipato.

Attenzione, De Luca ha ragione quando sottolinea alcuni concetti chiave che lui ben conosce. Parla di “capi tribù”, un “cerchio magico” e un “rapace individualismo”. E alla fine un “Re Sole” poi diventa “Re Solo”. E’ proprio così. Ma la narrazione della Via Crucis all’Ars di Renato Schifani sembra l’atto quasi naturale di una parabola di ascese e cadute che nel leaderismo si ripete da sempre, con tanti interpreti osannati e incoronati e poi detronizzati. E’ una lezione di vita, prima ancora che politica, che vale per chiunque e anche per Cateno De Luca che oggi la pronuncia come requiem a Schifani. Storie diverse a volte raccontano destini che s’incrociano. In fondo, il bis di Schifani è un orizzonte che va sfumando e si allontana, come prima ancora si era già allontanato in modo non troppo diverso anche il sogno incrollabile di De Luca di conquistare quella stessa poltrona. La logica dell’uomo solo al comando che viene esaltato e, presto o tardi, scaricato è una storia che comincia e poi finisce. Vale dalla notte dei tempi per tutti. Il popolo si gira, volge lo sguardo a nuovi “eroi” e disegna altre trame e nuove speranze. L’avanzata del giovane La Vardera deve fare riflettere in modo significativo.

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