HomeAperturaTutti al voto ma la pagnotta dei poltronari è salva

Tutti al voto ma la pagnotta dei poltronari è salva

MARIO DRAGHI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Sono bastate poche ore e in Italia si è scatenato l’inferno politico. Cade il governo Draghi e parte subito la guerra per le elezioni del 25 settembre. Lo scontro è iniziato in termini immediati e senza esclusioni di colpi. A sinistra regna il caos e lo spettro della sconfitta già incombe, a destra c’è in atto una tregua di facciata soltanto per vincere la competizione, nel mezzo c’è la solita ipotesi (per lo più di matrice renziana) di creare un terzo polo, un centro che non si sa bene chi dovrebbe comprendere.

I problemi degli italiani, reduci da due anni di pandemia e oppressi dagli aumenti, fanno da cornice ad una sfida all’ultimo sangue per le poltrone, una battaglia totale per la pagnotta nella quale già spuntano le solite promesse o forse dovremmo definirle con il loro vero nome: minchiate elettorali.

Draghi ha aperto la corrida, non era difficile immaginare che si sarebbe scatenata una faida politica totale. Si sta andando anche oltre. Da una parte ci sono le macerie della sinistra con il divorzio che pare inevitabile tra il Pd (con Letta che corteggia Draghi) e il M5s (o quel che ne resta) e dall’altra parte c’è la ritrovata intesa tra Meloni e Salvini che sin qui non si parlavano più per le vicende legate al voto del Quirinale e ora improvvisamente si ritrovano insieme, pacificando tutto con una telefonata d’amore al grido di “Ce l’abbiamo fatta”.

E poi tutti gli altri attori: Renzi che stavolta rischia di restare fuori, Berlusconi che vede squagliarsi Forza Italia, Calenda che va da solo e soprattutto Conte che rilancia la sfida senza realizzare che nel mondo grillino è in atto una liquefazione totale del movimento. E c’è pure Di Maio che non si sa bene con chi possa andare e studia la mossa della disperazione per rientrare in Parlamento.

Ma siamo certi che ci sarà un vincitore il 25 settembre? Qualcuno ha messo in conto fattori non di secondario rilievo come l’astensionismo? E se ci ritrovassimo a fine settembre senza una maggioranza di governo e con la prospettiva di Mattarella costretto a riprovare un Draghi bis?

Si voterà il 25 settembre e la scelta di questa data, intanto, ha già scatenato non poche polemiche: il 24 settembre infatti saranno passati 4 anni 6 mesi e 1 giorno dall’inizio della legislatura, il tempo minimo affinché un parlamentare alla prima elezione possa ricevere la pensione parlamentare, quella che si sente chiamare più spesso con il nome di “vitalizio” pur non essendolo.

“In realtà – come spiega un interessante e dettagliato approfondimento de Il Post.it – la Costituzione prevede che i parlamentari rimangano formalmente in carica fino all’insediamento delle nuove camere, che di solito avviene una ventina di giorni dopo il voto (in questo caso sarà il 13 ottobre, per esempio). Significa che perché i parlamentari al primo mandato non avessero diritto alla pensione le elezioni si sarebbero dovute tenere nei primissimi giorni di settembre, più o meno entro il 4: un’ipotesi che non è mai stata nemmeno in discussione, e che comunque non sarebbe stata possibile per rispettare i tempi tecnici necessari tra lo scioglimento delle camere e la data delle nuove elezioni (almeno 60 giorni). Anche considerando la crisi iniziata il giorno delle prime dimissioni di Draghi, il 14 luglio scorso, sarebbe stato impossibile fissare elezioni all’inizio di settembre”.

“Gli assegni “vitalizi”, cioè che durano per tutta la vita, sono da sempre indicati come un grosso privilegio dei parlamentari: fino a diversi anni fa infatti bastava aver fatto anche un solo giorno di legislatura per averne diritto, e secondo calcoli che garantivano una somma molto superiore ai contributi versati dai parlamentari. All’inizio del 2012 però furono sostituiti dalle “pensioni parlamentari” (e perciò anche l’uso del termine “vitalizio” è formalmente scorretto), calcolate secondo metodi contributivi in maniera non diversa da quella degli altri dipendenti pubblici”.

“Per avere diritto alla pensione parlamentare bisogna aver fatto un mandato di almeno 5 anni (che scattano formalmente il giorno successivo ai 4 anni e 6 mesi): deputati e senatori cominciano poi a riceverla al compimento dei 65 anni di età, che possono diminuire fino a 60 anni per ogni anno di legislatura oltre al quinto (in pratica, un parlamentare che abbia svolto 6 anni di mandato comincia a riceverla a 64 anni, a 63 se ne ha svolti 7, e così via)”.

“Il problema di avere diritto o meno alla pensione, quindi, esisteva eventualmente solo per i parlamentari eletti per la prima volta in questa legislatura (quelli rieletti hanno già tutti superato 5 anni di mandato), che però in questo caso erano la maggior parte, visto il rinnovamento della classe politica di questi ultimi anni: alla Camera dei deputati erano 427 su 630 (il 68 per cento), al Senato 234 su 315 (il 73 per cento)”.

“Durante il loro mandato parlamentare – continua Il Post.it -, deputati e senatori ricevono ogni mese la cosiddetta “indennità parlamentare”, una sorta di stipendio deciso dall’articolo 69 della Costituzione e pensato per assicurare la loro indipendenza (l’idea è che se non avessero uno stipendio adeguato sarebbero più facilmente corruttibili). Lo stipendio è di circa 10mila euro lordi per entrambe le camere, circa 5mila netti. Alla fine del mandato, in ogni caso, deputati e senatori ricevono anche un “assegno di fine mandato”, analogo al TFR dei lavoratori dipendenti: un contributo pari all’80 per cento del lordo dell’indennità parlamentare, moltiplicato per il numero di anni in cui si è rimasti in carica”.

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