L’accesso ai contenuti di un telefono cellulare senza il consenso esplicito e continuativo del legittimo proprietario costituisce reato, anche se finalizzato alla raccolta di elementi probatori nell’ambito di un procedimento giudiziario. È quanto ribadito dalla Corte di Cassazione, che ha confermato la condanna inflitta a un uomo di Messina per accesso abusivo a sistema informatico. La sentenza stabilisce un principio chiaro: il fine “giudiziario” non giustifica la violazione della privacy digitale.
L’uomo aveva copiato – senza autorizzazione – intere conversazioni WhatsApp, registri delle chiamate e altri dati contenuti nel telefono dell’ex moglie. Il tutto, secondo la sua versione, per difendersi in sede legale durante una burrascosa separazione. Ma per i giudici non c’è dubbio: si tratta di un’intrusione illecita in un sistema informatico protetto.
La Corte ha rigettato il ricorso dell’imputato, sottolineando che “WhatsApp è un sistema informatico a tutti gli effetti” e ogni accesso non autorizzato rappresenta una violazione della legge. Anche un eventuale “consenso temporaneo” dell’ex coniuge non basta: se viene oltrepassato il limite temporale o funzionale, scatta il reato.
La pena prevista? Fino a dieci anni di carcere, secondo l’articolo 615-ter del Codice penale.


