HomeParlamentoRequiem Pd: dal campo largo al campo...santo

Requiem Pd: dal campo largo al campo…santo

Sciogliersi o rifarsi il trucco. Non è il dilemma del Divino Otelma ma il bivio del Partito Democratico che a due settimane dalla scoppola delle elezioni Politiche (e delle Regionali in Sicilia) prova a capire che fine farà. Enrico Letta ha messo il punto esclamativo o la pietra tombale (a seconda dei punti di vista) ad un partito che colleziona fallimenti in serie ormai da parecchio tempo a questa parte e la sua fase di luce l’ha vissuta, al netto delle successive vicende, con il primo Matteo Renzi che in versione “rottamatore” addirittura era arrivato al 40% nel 2014.

Per il resto è sempre stato uno strazio segnato da toni radical chic e camuffato dall’abilità di sapersi posizionare al governo del Paese, tra una crisi e l’altra, nonostante le ultime elezioni vinte dalla Sinistra risalgano ormai praticamente al 9 e 10 aprile 2006 con Prodi, ed era l’anno che precedette poi la nascita del Pd stesso, avvenuta il 14 ottobre 2007. Veltroni almeno ha avuto l’intelligenza di sfilarsi e farsi da parte quando ha capito la musica, poi anche Martina ha detto addio alla politica per riposizionarsi alla vicepresidenza della Fao. Bersani, pur simpatico e preparato, non poteva rappresentare un volto attorno al quale aggregare, Zingaretti è stato, invece, un flop totale come del resto Letta, che pure alle ultime Quirinarie era stato però bravo e abile a fare fesso il presuntuoso Salvini. L’attuale segretario del PD si è squagliato, ora rischiano di fare la stessa fine i prossimi pretendenti al trono del Nazareno.

“L’opposizione ci farà bene” ha detto Letta e per una volta gli si deve dare ragione perché un partito che da Monti in poi (ed era il 2011) ha governato per 11 anni senza essere legittimato dal consenso popolare qualcosa dovrà pur chiedersela. E la storiella dell’essere stati “protezione civile delle Istituzioni” è una barzelletta da Tso immediato.

Di cosa ha parlato il PD in campagna elettorale? Di niente, anzi di fascismo, evocando alla noia come un’ossessione, quel fascismo che in Italia è morto, sepolto e trapassato remoto da 80 anni e che non tornerà mai più. Un cavallo di battaglia, tuttavia, sul quale sono stati fatti i soliti luoghi comuni cuciti addosso a Giorgia Meloni, come fosse una versione 2.0 del Duce. Una strategia suicida e patetica, che non ha portato neanche un voto alla Sinistra e semmai li ha fatti perdere. La gente si preoccupa di ben altro, pensa alle bollette aumentate, al caro vita insostenibile e alla crisi sociale e si è stufata di sentire le solite supercazzole di circostanza, senza che i veri problemi vengano affrontati e risolti.

L’obiettivo in casa PD è arrivare a questo punto ad un nuovo segretario entro marzo. Ma non importa chi sarà il prescelto: il problema è cosa si intende fare di un partito che ha mantenuto il 19% solo perché l’elettorato di sinistra, a differenza di quello anche della destra, ha uno “zoccolo duro” di militanti vecchia maniera che ci credono davvero, che non tradiscono mai e andrebbero a votare ad ogni elezione anche se ci fosse il diluvio universale.

Ma in definitiva le ore ed ore di analisi della situazione del PD fatte ieri rasentano il pianto greco, tra le solite chiacchiere, dotte riflessioni che non servono a niente e quella puzza sotto il naso che rende questo partito distinto e distante dalla gente, che ad eccezione dei militanti non lo vota più perché lo considera una fucina di intellettualismo vuoto e poltronismo cronico.

“Una analisi senza nessuno sconto, a partire da me stesso”, tuona Enrico Letta che fa autocritica dopo la sconfitta elettorale del Pd. Nella resa dei conti dem in Direzione ce n’è per tutti e il problema è che gli altri la lezione non l’hanno capita. Non è Letta a dover fare un passo indietro, che di certo farà tornando al suo insegnamento all’estero e salutando la politica. E’ tutta la compagnia degli attuali volti del PD che dovrebbe fare 13 passi indietro, perchè invisa a milioni di italiani.

Ha ragione Alessia Morani, che ha proposto l’analisi più lucida, impietosa e veritiera del tracollo del Partito Democratico: “La sconfitta è stata più che catastrofica. Volevamo fare il campo largo ma alla fine è stato un campo santo”.

La premessa per una svolta è uscire dalla sindrome della confraternita di palazzo. Letta “chiama” il ricambio generazionale e l’alternativa alla destra passa dal non essere più governisti ma prima ancora dalla capacità di mettere in campo altre facce e archiviare la stagione di quelli che hanno fatto il loro tempo. O l’alternativa per l’Italia e la sfida alla destra la si vuole lanciare con il PD del 79enne Luigi Zanda, Piero Fassino e Rosy Bindi?

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