A sentire Cateno De Luca, la sconfitta del suo candidato Salvo Puccio alle elezioni a Giardini Naxos avrebbe una spiegazione tanto semplice quanto paradossale: la colpa sarebbe del sindaco di Taormina. Anzi, per essere precisi, dell’attuale sindaco di Taormina che fa troppe cose bene.
In un post social, De Luca ha elencato una serie di risultati raggiunti dalla sua Amministrazione a Taormina: lotta all’evasione, uscita dal dissesto, stabilizzazione dei precari, riqualificazione degli impianti sportivi, strade sistemate, servizi urbani innovativi, spiagge bandiera blu, acqua garantita in estate, trasporto pubblico funzionante. E ha poi concluso con una battuta: “L’ora legale si è abbattuta su tutti noi”. Tradotto: abbiamo perso perché amministriamo troppo bene. In buona sostanza il messaggio ai Giardinesi è un “non sapete cosa vi siete persi”.
La spiegazione ha il pregio dell’originalità ma il difetto di risultare talmente furbacchiona da non convincere probabilmente nemmeno chi l’ha scritta. E Cateno De Luca è persona intelligente e lo sa bene, molto bene, che la storia è diversa da quella che racconta.
Perché se davvero la vittoria o la sconfitta di un candidato dipendessero esclusivamente dai risultati amministrativi della città vicina, allora Puccio avrebbe dovuto vincere comodamente a Giardini Naxos, anzi stravincere con quel 65% che De Luca aveva “profetizzato” nel suo comizio a San Giovanni. E invece gli elettori di Giardini Naxos hanno deciso diversamente. Forse sarebbe il caso di chiedersi il perché, anziché posizionarsi nella “comfort zone” dell’autocertificazione permanente.
Punto primo: il recupero dei tributi. È vero, verissimo, che negli ultimi anni è stata avviata una forte azione per il recupero dei tributi ed è un dato di fatto che Taormina aveva un problema di mancata riscossione, crollata a livelli inaccettabili, imbarazzanti, e questo lo aveva cristallizzato la Corte dei Conti. Su quello non ci piove. Ma esiste anche il rovescio della medaglia e lo ha evidenziato De Luca stesso che l’evasione, la parte non versata al Comune, era per lo più concentrata in una fascia ristretta di mancati contributori. Molti cittadini le tasse le hanno sempre pagate e però si sono ritrovati a ricevere richieste di pagamento per tributi già versati o non dovuti. Risultato? Ore di fila negli uffici, giornate trascorse a dover dimostrare ciò che era già stato pagato o che non andava corrisposto, con la ricerca delle relative ricevute e dei bonifici da dover esibire per attestare la propria posizione. Code interminabili, appuntamenti rinviati, utenti rimandati al giorno successivo perché l’orario di ricevimento era terminato.
Di quelle scene, però, nella narrazione social dei successi a Taormina non si è mai parlato. E nessuno ha chiesto scusa. Né soprattutto il problema è stato risolto. I vari casi di bollette errate continuano.
La narrazione ufficiale è sempre stata un’altra: Taormina come regno degli evasori, dei privilegiati, dei “baroni” da rieducare. Una rappresentazione che magari funziona bene e fa presa sui social, ma molto meno nella vita reale di quelli che – ripetiamo – hanno dovuto perdere giornate intere per correggere errori non propri.
Punto secondo: l’uscita dal dissesto. Sicuramente è un risultato importante c’è stato ed è maturato in tempi brevi. Ma come? E per mano di chi? Vogliamo parlare del “Salva Taormina” con una raffica di aumenti e prelievi che avrebbe fatto impallidire pure le politiche di “Montiana” memoria? C’era una certa fretta di rendere disponibili le somme per la OSL a copertura delle transazioni e di cucirsi sul petto la medaglia del record di fine dissesto. La mettiamo così? In primis, quindi, sarebbe corretto ricordare che c’era un organismo preposto, la OSL appositamente incaricata per il risanamento. Il Comune ha fatto la sua parte ma la parte principale è quella che ha espletato e portato a compimento la Commissione Straordinaria di Liquidazione. E sarebbe altrettanto corretto ricordare che, durante la fase più delicata, si era arrivati ad ipotizzare la vendita al Parco di Naxos della Badia Vecchia e de La Giara pur di reperire in fretta le risorse.
Poi ci sono le partecipate. Il modello viene descritto come innovativo. Può darsi. Ma una domanda resta legittima: per un comune delle dimensioni di Taormina erano davvero necessarie quattro società partecipate?
Di certo molti cittadini hanno maturato una percezione diversa. Da una parte una pressione tributaria più incisiva ma poi a tratti ossessiva, dall’altra un proliferare di incarichi esterni, consigli di amministrazione e nuove strutture gestionali. Il dubbio che si sente ripetere tra la gente è semplice: il gioco vale la candela? I benefici giustificano i costi?
Quanto alla Bandiera Blu, è un riconoscimento apprezzabile e che – va detto – ha rappresentato un apprezzabile passo avanti. Ma sarebbe un errore scambiarlo per il traguardo finale. Basta fare un giro a Mazzeo per accorgersi che esistono ancora criticità evidenti. Accessi al mare in condizioni inadeguate, scale inclinate o persino smontate e non più riposizionate, o che necessitano manutenzione. E una convivenza sempre più difficile tra le esigenze dei residenti e i flussi turistici.
E poi la viabilità, il vero tallone d’Achille del territorio: le interminabili code sulla Statale 114 sono già tornate a essere il biglietto da visita dell’estate a Taormina. Ah già, ora arrivano i nuovi vigili urbani. Benissimo. Per mettere ordine e implementare i servizi o per consentire al Comune di fare altra cassa con i proventi delle multe?
L’elenco di problematiche è lungo e potrebbe proseguire e questo non significa che prima le cose andassero meglio, perché – sia chiaro – non ci può essere nessun revisionismo sul passato. Allo stesso modo oggi qualcosa di buono può essere stata fatta ma nel complesso non c’è stata una svolta. E fare peggio della politica taorminese che ha toppato negli anni precedenti era obiettivamente impossibile.
Da non dimenticare, ovviamente, la raccolta rifiuti, dove la qualità del servizio è migliorata ma i costi sono lievitati in maniera significativa. E soprattutto si è creato un clima di forte conflittualità che poteva essere evitato sugli orari notturni della raccolta, con una lunga sequenza di polemiche e di malumori tra i cittadini. Anche qui si dirà che però la differenziata è cresciuta e che la “tigre” degli “zozzoni” taorminesi è stata domata. Sarà un caso che, nel frattempo, la gestione del servizio intanto sta per passare di mano? Salvate il “soldato Asm” direbbero i saggi. Il bilancio della municipalizzata sarà più leggero. Ne siamo sicuri.
Insomma la realtà appare meno patinata della narrazione miracolistica alimentata dai social, perché le Regionali si avvicinano e tutto deve sembrare una proiezione perfetta di quell’appuntamento che per l’attuale sindaco di Taormina è la “madre” di tutte le battaglie. Un obiettivo coltivato con ogni energia e pensiero per 24 ore al giorno.
E allora magari il punto centrale è un altro. Forse Salvo Puccio non ha perso a Giardini Naxos nonostante Taormina. Forse ha perso proprio perché i giardinesi, che non sono cretini né creduloni, hanno una testa e un’autonomia di pensiero per capire e votare senza farsi suggestionare. Hanno consapevolezza dei problemi atavici di Giardini Naxos ma hanno anche capito bene ciò che accade nella vicina Taormina.
Hanno visto uno stile amministrativo che può piacere o non piacere ma al netto di ogni considerazione viene soprattutto percepito come un modello che ha un enorme tallone d’Achille: è poco incline all’ascolto e alla collegialità di pensiero. I giardinesi hanno osservato, a due passi da casa loro, decisioni assunte senza un confronto con cittadini e categorie interessate. E non si parli ora dei nascituri comitati di quartiere o delle forze produttive convocate (una tantum) al palazzo giusto per dinamiche di pura apparenza e per far vedere all’esterno con una foto e un post che c’è un dialogo. O bisogna ricordare che a Taormina persino assessori e consiglieri non hanno nessuna voce in capitolo?
Insomma, il problema potrebbe non essere la presunta “campagna d’odio” evocata dal leader di Sud Chiama Nord. Anche perché – diciamolo con estrema franchezza – è difficile sostenere di essere “vittima” di una macchina del “fango” quando si percorre da anni la strada dell’autodifesa preventiva mediante la delegittimazione puntuale di chiunque si permetta di fiatare per esprimere una critica. “Asini volanti”, “disonesti”, “mer*e”, “libro paga”, “ascari”, “mistificatori”, etc. Un dizionario in servizio permanente dello scontro ad oltranza, che sino ad un certo punto è servito a “costruire” ed esaltare sul piano mediatico il personaggio politico De Luca ma ora non fa così bene alle ambizioni presidenziali di De Luca. Specie in una fase in cui si deve alzare il livello per giocarsi la partita a scacchi finale con la destra e la sinistra. I due poli sono in confusione totale ma restano avversari ostici. Prova ne fu, d’altronde, l’election day del 2022 che tolse a De Luca la prospettiva di una percentuale ancora superiore al 25% delle Regionali, anticipando il voto e impedendogli di avere qualche altro mese di campagna elettorale per conquistarsi altri consensi.
Messina e Barcellona sono successi netti e indiscutibili ma non bastano a fare uno scatto decisivo in avanti se poi il leader, in un modo o nell’altro, sin qui non resiste alla tentazione di planare sul terreno dello scontro personale. Quello che per intenderci è un esercizio sempre sbagliato e che va stigmatizzato in ogni direzione, sia che lo faccia De Luca verso gli altri, sia che lo facciano gli altri con i medesimi livori verso di lui.
Non a caso lo abbiamo già detto qui che Taormina stessa deve uscire dal cono d’ombra paesano della divisione tra “deluchiani” e “anti-deluchiani” e se qualcuno pensa che la soluzione per il futuro sia una sfida rancorosa all’ultimo veleno, a chi alza i toni, disprezza e offende di più, allora sarà una sconfitta per tutti.
E allora, intanto, il verdetto di Naxos qualcosa lascia. Non la teoria del “siamo troppo bravi per vincere”, non il teorema della “campagna di odio” e nemmeno i riverberi de “L’Ora Legale”. E’ il tempo di una riflessione più profonda, oltre le giustificazioni e le autocertificazioni. Qualcosa non ha funzionato. Forse a Giardini ma prima ancora a Taormina.
Le elezioni, talvolta, hanno una funzione terapeutica. Costringono a riflettere e confrontarsi con la realtà. E la realtà, per quanto scomoda, è che gli elettori non sempre premiano chi ritiene di aver fatto tutto bene. Fanno le loro valutazioni. Giuste o sbagliate, condivisibili o non condivisibili ma sempre in coscienza.
Dalle vittorie si ottengono conferme. Dalle sconfitte si possono ottenere insegnamenti. A condizione di avere il coraggio di non arroccarsi sempre nel fortino inespugnabile delle proprie convinzioni. Cercare gli errori dentro lo specchio e non sempre fuori dalla finestra.


