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La crisi di De Luca: Taormina lo scarica, da Monza in poi le ha sbagliate tutte

TAORMINA – La piazza vuota di venerdì 1 agosto 2025 a Taormina è l’ennesima impietosa cartolina della crisi politica di Cateno De Luca? Così pare, anche se in verità la crisi del parlamentare di Fiumedinisi è già iniziata da un pezzo e forse l’unico che non se n’è ancora accorto o si rifiuta di respirarne il profumo acre è proprio lui. “A te il microfono”, la relazione annuale del sindaco in pubblico, davanti a 50-60 aficionados (abbondiamo) e poco più di 200 utenti social, altro non è stato che plastica rappresentazione della fase declinante che insegue ormai come un’ombra asfissiante la parabola politica dell’attuale sindaco di Taormina e leader di Sud chiama Nord. Tutto è meraviglioso, il cielo è azzurro e la costa è blu. Poi arriva la realtà e la narrazione magica s’infrange sui fatti. Va a sbattare contro l’umore della gente, nelle piazze come sui social.

A Taormina è finita in fretta la luna di miele tra De Luca e i suoi elettori. Quel potente 65% del 2023 è una cartolina sbiadita e assediata dalla muffa, consegnata in fretta all’album dei ricordi. Dalla primavera col plebiscito all’estate nel deserto è un attimo. Taormina è passata dal disastro politico totale degli ultimi 20 anni (e su questo non ci piove) all’attuale stagione in cui il palazzo è uscito dal dissesto. Bene. Tuttavia quel disastro ha soltanto cambiato pelle come un “camaleonte” ma si è passati da una lunga epoca svilita da una classe politica locale scarsa a una stagione con il monologo di un’Amministrazione altrettanto fallimentare. E il record mondiale del fine dissesto in un anno? Una buona cosa. Peccato che il miracolo sia avvenuto con una semplice ricetta: con l’aumento al massimo possibile di tasse, tributi, aliquote e tariffe su ogni fronte. “Salva Taormina”, una scaltra terapia d’urto per lasciarsi alle spalle le secche e arrivare ad avere 41 milioni di euro nel bilancio 2024, risanare e poi fare tante altre cose per la “patria”, come le partecipate. Ah già, nel Gran Ducato si dirà: ma i miracoli perché non li hanno fatti quelli di prima? Chissà, di sicuro quelli di prima erano inadeguati e si è visto, o magari si sono almeno posti il problema di non stangare i taorminesi a differenza di chi adesso non si fa scrupoli di spedire bollette da mille euro agli anziani con l’impennata della quota fissa come lo spread dei bei tempi. Da un eccesso all’altro, dall’evasione in quantità industriale che a suo tempo ha devastato i bilanci, all’odierna corsa sfrenata alla riscossione, una pressione che non si limita a far pagare (finalmente) tutti e stangare (com’è giusto) gli evasori, ma se ne infischia di colpire pure le fasce deboli che soffrono e fanno sacrifici per sopravvivere.

E allora De Luca si è imbucato a Taormina in un vicolo cieco. Fa il duro che tira dritto per la sua strada, impone il suo spartito senza accorgersi che l’esercizio esondante della forza alla lunga si traduce in un manifesto di debolezza estrema. Gli adulatori sono il dito, lui è la luna. C’era una volta il Cateno De Luca che alle Regionali del 2022 aveva confezionato un’impresa straordinaria, toccando un 25% che lo aveva virtualmente posizionato ad un passo dalla futura presidenza della Regione. De Luca, bisogna dirlo, sino al trionfo delle Comunali 2023 di Taormina ha sbagliato poco o niente, ha avuto il merito di creare il suo impero dal nulla, partendo dalla periferia di Fiumedinisi e senza che nessuno gli abbia regalato alcun che, misurandosi con i ripetuti tentativi di estrometterlo dalla contesa politica e superando prove dure. Tuttavia, da Monza in poi, ha sbagliato tutto. Da quel momento è un politico irriconoscibile, che si è involuto e non a caso ha perso consensi. Trasfigurato dai successi ottenuti e dall’errore di aver spinto troppo sull’acceleratore per alzare l’asticella. Così il motore del suo movimento è andato in folle. La crisi è stata certificata dalle Europee, però la lezione forse non è servita e ancora adesso va in scena la narrazione di un modello amministrativo perfetto, ripetuto come un “disco rotto”. De Luca si è smarrito nell’incrollabile convinzione di essere sempre nel giusto e un passo avanti, bollando gli altri come ingrati che sbagliano, tradiscono o non sono all’altezza.

La piazza vuota di Taormina è una proiezione significativa del clima del dopo Monza. Il termometro del vento che si gira e soffia contrario, a partire dall’eco delle irritanti dediche ai taorminesi, che potrebbero ormai riempire un quadernetto degli scivoloni: “zozzoni”, “evasori”, “l’allenamento” e la “consolazione” (corretta in “privilegio”) della fascia a Taormina. Senza scordare il vanto perpetuo dei fedelissimi, co-interpreti di siparietti come in una riedizione dello show del Principe di Bel Air con suo cugino Carlton Banks. Sono quelli che stendono il tappeto, si sdoppiano da più parti e qui sono stati chiamati a mettere in atto l’operazione delle partecipate. Quelle partecipate che erano già una specialità della casa ma sono state messe in campo ancora più in fretta, col copia-incolla del modello Messina, perché bisogna blindare la roccaforte Taormina, arginare sul nascere il seme del malcontento con la forza dei numeri, arruolando nuovi servitori del Gran Ducato.

piazza IX Aprile 1 agosto 2025

De Luca ha basato gran parte del suo successo sulla capacità di leggere le situazioni, toccare la pancia delle persone e sedurre gli umori popolari ma il fiuto, con gli anni, ha smesso di essere lo stesso. Forse lo ha abbandonato. Di quel De Luca che i suoi elettori hanno apprezzato e incoronato è rimasto poco. E’ un bravo amministratore che a via di inseguire gli eccessi mediatici e ripetersi “I’m the best one” è diventato un solista ripetitivo e prevedibile. Una controfigura del mattatore che fu. Ostenta sicurezza ma non sa che strada percorrere, al bivio ibrido tra la metamorfosi forzata del nuovo vestito da leader istituzionalizzato, la tentazione di riposizionarsi controcorrente da Masaniello 2.0 in quel campo dove l’ex alleato Ismaele La Vardera sta prendendo campo e gli sta erodendo consensi. E poi c’è l’ostinazione a concepire la sindacatura come una monarchia, il mandato è gentile omaggio dello Spirito Santo da gestire e interpretare a suon di prove muscolari.

La visione, più onirica che strategica, di De Luca si potrebbe sintetizzare così: “E’ tutto bello e migliore grazie a me e solo a me, ve l’ho dimostrato”. “I’m the best one”, il padrone del vapore ha perso il contatto con la realtà e d’altronde lui detta la linea ma la sindacatura delle incombenze quotidiane è demandata al sindaco ombra Massimo Brocato. Morale della favola? A Taormina, De Luca resta ancora in controllo e può godere della mediocrità generale altrui ma quella stessa Taormina, terra fertile di “evasori” e “zozzoni”, messa alla frusta, inizia a farsi venire un certo fastidio, quasi a far capire al sovrano che la città non è un giocattolo e non appartiene a nessuno. E il sogno della presidenza della Regione? Dopo le scelte errate dell’ultimo biennio, Palazzo d’Orleans è un orizzonte lontano, reso ancora più fragile dall’implosione di un asse politico fallimentare che De Luca si era costruito a Palermo dentro il perimetro dei patrioti. De Luca può solo aggrapparsi alla pax con il presidente Renato Schifani e al piano (di ripiego) della speranza di trovarsi dentro una futura maggioranza di governo, con lo spazio di qualche assessorato per ScN. Un pò poco per chi pensa e ribadisce alla (sua) piazza che non potrà mai fare il secondo a nessuno.

Unrat perse la testa per Marlene Dietrich, De Luca sembra aver perso la testa per l’amarcord dei suoi successi, intrappolato nell’eterno vanto di considerarsi il più bravo di tutti mentre il consenso si allontana. Le folle erano eccitate, ora le piazze sono gelide. Tutti, d’altronde, grandi o piccoli hanno un tallone d’Achille, che presto o tardi emerge. E’ il modo che ha la Natura per difendersi e ricordarci una cosa: altro non siamo che un legno storto.

E allora De Luca deve cominciare a rendersi conto che realismo non fa (più) rima con illusionismo. Il De Luca di oggi non è nemmeno la controfigura dell’Imperatore del Nisi che ha confezionato quel 25% ed era stato scelto dalla gente a Taormina e prima ancora a Messina. Scenda dal piedistallo del primo della classe e faccia una seria riflessione. Altrimenti l’onda lunga di Monza e delle Europee si prolungherà e il muro che si comincia a intravedere davanti a lui, si avvicinerà sempre di più. Inesorabile, non a velocità di crociera.

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