TAORMINA – Nella Perla dello Ionio, in questi giorni, convivono due mondi. Il primo, tra Porta Catania e Porta Messina, è quello scintillante del Taobuk, il Festival internazionale del libro e della cultura, che quest’anno ha scelto come tema centrale “Confini”. Un concetto denso, affascinante, attraversato dalla letteratura, dalla filosofia, dall’arte. Ospiti di altissimo profilo – da Zadie Smith a Massimo Recalcati, da Ai Weiwei a Peter Cameron – esploreranno, ognuno a modo suo, le molteplici dimensioni del limite: geografico, esistenziale, sociale, identitario.
LA VITA IN PERIFERIA. Poi c’è la vita in periferia. Nello stesso momento in cui nei salotti culturali, dentro i palazzi storici piuttosto che in piazza o a teatro, si discute del confine come soglia, e si filosofeggia dell’orizzonte come possibilità di trasformazione, poche centinaia di metri più giù, a valle, c’è un altro tipo di confine che si fa ogni giorno più netto, più amaro, più crudele. È il confine del dolore e dell’abbandono, quello che separa i cittadini da Istituzioni, la gente comune dalle passerelle. E’ il crocevia dei pazienti, il destino al bivio di bambini senza un futuro certo.
LA PROTESTA. Dal 15 giugno scorso, il comitato dei genitori del CCPM presidia giorno e notte l’ospedale San Vincenzo di Taormina. Lo fanno con dignità e forza, chiedendo risposte sul destino del CCPM in vista della scadenza dell’ultima deroga del 31 luglio. Ancora nessun atto ufficiale, solo il vuoto di uno strapiombo umano fatto di promesse mancate.
IL CONFINE REALE. E allora il confine diventa evidente, ma non nel senso nobile che il Taobuk a suo modo cerca di evocare. È un confine che va toccato con mano, un viaggio nel limbo del dolore e nel travaglio dello sconforto, quello che separa chi può permettersi di essere ascoltato da chi è costretto a gridare nel vuoto. È il confine tra il dire e il fare, tra le parole eleganti dei festival e il silenzio che fa rumore delle Istituzioni di fronte a chi lotta per la vita dei propri figli.
RETORICA O COERENZA? Non può esserci riflessione autentica sul confine se si ignorano i confini che si vivono fuori dalle aule dei convegni. Non si può parlare di empatia, responsabilità, cittadinanza – come recita il programma ufficiale di Taobuk – e poi restare indifferenti davanti a genitori che dormono in tenda per chiedere di non spostare il CCPM da Taormina.
IL CONFINE MORALE. Perché questo è un confine morale, e ignorarlo significa trasformare l’impegno culturale in una semplice retorica. La cultura non può permettersi il lusso della distrazione. O diventa strumento di presa di coscienza collettiva, oppure rischia di restare intrappolata nel piano inclinato delle apparenze fine a se stesse. Un’esibizione per élite autoreferenziali, lontane dalla realtà concreta di chi, ogni giorno, soffre e combatte per un diritto fondamentale: la salute.
UNA PROPOSTA DI ROTTURA. E allora il Taobuk ha l’opportunità – e forse anche il dovere – di voltarsi verso ciò che accade attorno alla rassegna. Basterebbe poco per guardare in faccia la realtà, quella vera che va oltre le luci dei riflettori: un incontro, un momento di ascolto, uno spazio nel programma dedicato a queste famiglie, a questi operatori sanitari, a questa battaglia di civiltà che si sta combattendo nel cuore della stessa città che ospita il Festival. E magari, visto che qui siamo fonte preziosa di ispirazione per molti, sarebbe il caso di prendere spunto e riflettere. Cominciare a rivedere una prospettiva che oggi vive nel magico mondo delle apparenze, tra luci e riflettori che inebriano ma che poi alla lunga rischia di incamminarsi verso l’ineludibile via del contrappasso.
RIFLESSIONE SOTTO LE STELLE. Pensare agli altri e dare voce a quelle famiglie sarebbe un gesto semplice, magari non spontaneo perché noi arriviamo sempre prima in certi ragionamenti ma comunque un momento carico di significato. Si tratta di dare coerenza, sostenibilità e credibilità ad un tema. Tradurre in vita vera il concept che si è scelto. Rendere la parola “confine” qualcosa di vivo, vissuto, concreto. Dimostrare che la cultura non è solo riflessione sotto le stelle, ma anche partecipazione, presenza. La responsabilità di un abbraccio a chi soffre.
Non basta parlare dei confini e poi sognare passeggiando sul Corso: bisogna avere il coraggio di attraversarli davvero quei confini. Con il cuore e a mani nude, anche quando sono scomodi.


