“Non si possono usare certe parole, non si può dire Gaza, non si può dire Palestina, come se fosse una bestemmia. Non è così. La bestemmia è tutt’altro: è il fatto che vengano cancellate”. Ermal Meta affida alla sala stampa dell’Ariston un intervento netto sul conflitto in Medio Oriente e sul senso di Stella stellina, il brano in gara al Festival. Un discorso che parte da una riflessione: “Nel mondo di oggi fanno più rumore gli adulti dei bambini. Ed è una cosa che mi preoccupa, anche perché sono genitore”.
“Penso che il silenzio sia il grande tema del mondo che viviamo oggi”, osserva ancora Meta, spiegando la struttura paradossale del pezzo: “Se non ascolti il testo ti viene voglia di ballare. Poi lo ascolti e ti frena. Poi lo dimentichi e riprendi a ballare. E’ come lo scrolling della nostra realtà. Non c’è veramente qualcosa che ci metta in pausa. Viviamo di micro pause tra un sentimento e l’altro, tra una foto e l’altra. Facciamo scroll e vediamo gattini, feste, palestra, bambini che muoiono, poi di nuovo macchine, tv, il cantante di turno, ancora bambini che muoiono. Diventa tutto uguale, tutto insieme”. Per questo Meta parla di “inverno dell’umanità”, di una fase ciclica in cui ci si accorge del dolore “in maniera passiva”, e rivendica il diritto di nominare le cose: “Non si può dire Gaza, non si può dire Palestina. Come se fosse una bestemmia”.
Il tema si intreccia anche con l’eventuale partecipazione all’Eurovision. “Premesso che non credo che vincerò il Festival, ma se rinunciassero tutti gli altri 29, ci andrei”, dice. “Questa canzone ha un valore per me e sarebbe giusto portarla su quel palco – chiarisce -. Non farlo sarebbe come non fare l’ultimo passo”. E aggiunge che, se si trovasse su quel palco con Israele in gara, canterebbe Stella stellina “ancora più forte”. Il brano è anche un racconto, edito da La Nave di Teseo, con le illustrazioni di Michele Bernati i cui proventi saranno devoluti a Save the Children. “Nel 2018 avevo devoluto la mia parte dei diritti di Non mi avete fatto niente a Emergency – ricorda -. Tre anni dopo mi hanno scritto che, grazie al quel contributo, era stato costruito un ospedale da campo nella valle del Panshir e curate 12 mila persone. Per me è stata una vittoria più grande di quella del Festival. L’obiettivo è fare qualcosa di concreto, anche se è poco”. Sul fronte musicale, Meta respinge l’etichetta di artista “dei temi sociali”: “Non è così. La mia discografia è pienissima di canzoni di diversa natura. Un cantautore ha il compito di raccontarsi e raccontare quello che vive intorno”. E sul dibattito legato all’intelligenza artificiale e all’abbassamento del linguaggio nella scrittura dei testi osserva: “C’è un abbassamento del linguaggio. Se per l’Accademia della Crusca il testo migliore di Sanremo è scritto da un immigrato (il riferimento è alla sua “Stella stellina”, ndr), fatevi due domande. L’intelligenza artificiale fa un calcolo algoritmico, non introduce l’errore, ma l’errore è lo scarto emotivo. Il problema è quando una canzone viene scritta da un essere umano per piacere all’algoritmo”.
A chi gli chiede cosa gli abbia cambiato la paternità, risponde: “Mi sono ritrovato nella periferia della mia vita. Prima ero al centro. E’ la cosa migliore che mi sia successa”. Ed è proprio dall’esperienza quotidiana con la figlia che, racconta, è nata l’idea del brano sanremese: “Stavo canticchiando una filastrocca con lei. Avevo negli occhi il video di una bambina palestinese che mi aveva scosso. Ho sovrapposto quelle immagini – conclude –. In venti minuti avevo parole, melodia e accordi”.


