Luigi Di Maio è scomparso dai radar della politica italiana e oggi, tuttavia, ha una nuova vita da diplomatico nel Medio Oriente. L’ex vicepremier del M5S ha rilasciato una lunga intervista al settimanale 7, magazine del Corriere della Sera, in cui ai microfoni di Claudio Bozza ripercorre le tappe della sua parabola politica.
Nel suo ufficio da rappresentante speciale per il Golfo Persico ci sono foto con Sergio Mattarella, Mario Draghi, re Carlo, emiri e leader arabi. Di Maio pesa ogni parola. Ma ora è sereno. E si toglie più di un sassolino dalla scarpa.
Lei ha guidato il M5S, primo partito d’Italia, arrivato al 32,7% cavalcando toni populisti. Oggi è qui, nel cuore del sistema, in un ruolo diplomatico prestigioso. Voltandosi indietro, cosa pensa?
«Che ogni esperienza è stata fondamentale. La sconfitta elettorale del 2022, quando persi tutto incassando lo 0,6% con Impegno civico, mi ha cambiato molto in positivo. Ricordo benissimo il 22 ottobre 2022, quando ho lasciato ad Antonio Tajani il mio tavolo al ministero degli Esteri: è stato il giorno in cui ho messo a fuoco quello che mi era successo».
Luigi Di Maio: «Pensavo di fare il premier e poi ho perso tutto. La svolta? Alessia, l’amore»
Nel 2014 Luigi Di Maio (allora deputato del M5S) aiuta a pulire il Circo Massimo a Roma in vista di una manifestazione organizzata dal Movimento
Lei è fuori dalla politica italiana da ormai tre anni. Quanto le manca?
«Nel senso di essere protagonista, non mi manca. Ma la seguo con molta attenzione. Chi oggi è al centro della politica deve avere una grande capacità di mantenere sangue freddo».
In Parlamento dicono che lei sta lavorando per tornare. È pronto per le elezioni politiche?
«Sono romanzi fantasy, informazioni prive di fondamento. Dico solo che, per me, oggi sarebbe molto difficile dire le cose che, da opposizione, sostenevamo in campagna elettorale. Consiglio a tutti i partiti di andare a Palazzo Chigi. Perché solo quando governi fai i conti con la realtà».
Il 6 luglio compirà 40 anni. A 26 è stato il più giovane vicepresidente della Camera, due volte deputato, ha guidato tre ministeri, ora è pure professore al King’s College. In pochi accumulano tante cariche in così poco tempo. Chi è la persona a cui deve di più?
«Mia mamma, Paolina, mi ha sempre sostenuto. Anche nei momenti di massima conflittualità con mio padre Antonio, per le scelte che facevo. La svolta della mia vita è stata Alessia, il mio amore. Ho passato 35 anni provando a essere qualcuno per tante persone. Oggi quelle che contano sono tre: la mia compagna, sua figlia Amylia e nostro figlio Gabriel. Oggi non mi chiedo più se sto facendo bene il ministro, ma se sono un buon padre».
Luigi Di Maio: «Pensavo di fare il premier e poi ho perso tutto. La svolta? Alessia, l’amore»
Luigi Di Maio con la compagna Alessia D’Alessandro al battesimo del figlio Gabriel
Suo papà, già dirigente del Msi e poi di An, di certo i grillini non li digeriva…
«Oggi lo capisco: uno nato missino, con un figlio che stava con Beppe Grillo… Non è stato semplice. Poi papà, dal 2013, è stato sempre al mio fianco: mi ha votato e sostenuto. E non ha mai smesso di farmi i “cazziatoni”. Ricordo il primo comizio a Pomigliano, appena eletto deputato, in cui dissi che “Napolitano doveva ascoltare le nostre istanze”. Papà mi prese da una parte e mi disse: “Il presidente Napolitano… È il presidente della Repubblica, mica è tuo fratello”».
I suoi 40 anni in una sola parola?
«Velocità. È successo tutto velocemente, troppo. Dovrei paradossalmente ringraziare gli elettori per quello 0,6% che mi hanno dato. Il voto del settembre 2022 fu un bagno di realtà. Persi tutto. In un giorno feci gli scatoloni al ministero e pure a casa, perché io e la mia precedente compagna ci lasciammo. Volai a Berlino a trovare degli amici. Ero rimasto solo. Decisi di cambiare aria e lì incontrai Alessia, che era già stata candidata del M5S nel 2018, ma ci eravamo persi di vista per anni».
A 32 anni è diventato ministro e vicepresidente del Consiglio. C’è stato un momento in cui ha pensato che sarebbe potuto diventare premier?
«Sì, nel 2018, quando sfiorammo il 33% e Salvini aveva preso il 17%. Lo davamo per scontato».
Luigi Di Maio: «Pensavo di fare il premier e poi ho perso tutto. La svolta? Alessia, l’amore»
Da sinistra, Di Maio, la sorella Rosalba, la mamma Paola, papà Antonio e il fratello Giuseppe
Poi arrivarono i cento giorni di braccio di ferro. Una trattativa infinita per il “governo gialloverde”…
«Io e Salvini non riuscivamo a metterci d’accordo. Mi ricordo un pomeriggio al Pirellone. Matteo voleva che una parte del contratto con gli italiani si scrivesse a Milano, non solo a Roma. Proposi anche una staffetta tra me e lui. Poi davanti alla macchinetta del caffè, prendendo atto dell’impasse, decidemmo per la soluzione di Conte premier, raccomandata da Alfonso Bonafede».
I suoi avversari l’attaccavano con epiteti di ogni tipo: “Giggino, il bibitaro” su tutti. Nella prima fase aveva mostrato molti limiti. Come li ha superati?
«Ho incontrato le persone giuste, che mi hanno sostenuto. Già da vicepresidente della Camera mi sostenne molto Roberto Giachetti, che sulla carta era un avversario del Pd. E anche tutti i miei capi di gabinetto sono stati fondamentali. Ho sempre preso atto dei miei limiti. Alla Farnesina, ad esempio, facevo lezioni d’inglese la mattina presto, in maniera quasi martellante. Tre settimane dopo mi trovai a fare i bilaterali in inglese all’Onu, da ministro. Ho studiato, che fa sempre la differenza. Ora studio il tedesco, la lingua che Alessia parla con i bambini, e non può rimanere una lingua “segreta” per me».
Luigi Di Maio: «Pensavo di fare il premier e poi ho perso tutto. La svolta? Alessia, l’amore»
Di Maio con Alessia D’Alessandro
Per anni, anche i suoi fedelissimi, la chiamavano “Luigi il freddo”. Pochi sentimenti, tanta politica. Riservato, quasi impenetrabile. Era una scelta o una difesa?
«Non sono cresciuto in una famiglia molto sentimentale. A casa erano molto importanti il valore delle regole, della correttezza e dell’educazione. Poi quello empatico era sempre stato Alessandro Di Battista, io semmai ero quello un po’ più “bacchettone”» (ride, ndr).
La cosa fatta con il M5S a cui tiene di più?
«Sicuramente il reddito di cittadinanza. Su questo non torno indietro. Però abbiamo peccato di troppo ottimismo. Andava fatto diversamente, con più controlli. Io ero profondamente convinto, da ministro del Lavoro, che quella misura servisse a liberare le persone in difficoltà dal ricatto e dalle prepotenze».
E quella di cui si è pentito?
«Quando volevamo fare i fenomeni».
L’ex ministro degli Esteri ha ammesso di essersi pentito della celebre frase “abbiamo abolito la povertà”, pronunciata ai tempi del Movimento 5 Stelle: “Non c’era bisogno di dirla”.


