TAORMINA – Cateno De Luca stringe i tempi per il nuovo corso del suo movimento e annuncia l’assemblea costituente del progetto che ha definito “La Sicilia che vorrei”. La presentazione la farà a Palermo l’8 febbraio. E’ l’ennesima conferma, ove mai ce ne fosse bisogno, della volontà del parlamentare di serrare le fila per i suoi prossimi obiettivi e cominciare a prepararsi, alla sua maniera, ai futuri appuntamenti politici, le Regionali e le Politiche del 2027. Un orizzonte ancora lontano, che in realtà è già vicino per chi, come De Luca, è abituato a partire da lontano e ad accendere i motori delle sue campagne elettorali con largo anticipo: non a caso ha già fatto sapere che la sua corsa prenderà il via con un tour politico che scatterà ad inizio gennaio del 2026. De Luca si è apparecchiato la tavola per l’accordo finale con il centrodestra e adesso ha la necessità di alzare i giri e cambiare passo, dovrà girare la Sicilia, batterla in lungo e largo, per andare a spiegare la scossa tellurica dell’addio alla stagione dell’arrembaggio anti-sistema e la virata verso il ritorno nel centrodestra. Ma soprattutto c’è da recuperare almeno una parte di quei tanti consensi evaporati da un anno a mezzo a questa parte, dalla disastrosa scelta in poi di candidarsi a Monza, per poi arrivare al “grande fallimento” (così lo ha definito lui) delle Europee, in cui Sud chiama Nord è crollata al 7,6% in Sicilia, a una distanza polare dall’exploit del 24% delle Regionali 2022.
E allora De Luca si proietta sin d’ora sullo scenario regionale con una lunga rincorsa prodromica a mettere fieno in cascina, perché poi dentro una coalizione conteranno i numeri. Quelli di oggi e non di un tempo che fu. E’ la regola che vale da sempre per tutti e non fa sconti a nessuno. Tutto il resto, si sa, è poesia e lo sa bene anche De Luca. E al netto del rebus delle elezioni Provinciali, il primo vero banco di prova saranno le Amministrative in Sicilia del 2026. Il test dove i big del centrodestra peseranno la consistenza attuale di De Luca e se sarà più o meno in linea con i desiderata, importanti, che il leader di Fiumedinisi ha già messo sul tavolo della trattativa per le future posizioni politiche.
Ecco perché nelle strategie di De Luca, che aveva già messo in preventivo sin dall’inizio di fare 2 o 3 anni al massimo a Taormina, avanza spedita e prende quota la possibilità di anticipare le dimissioni da sindaco al 2026. L’idea – che vi abbiamo già anticipato – è di portare la città alle urne con largo anticipo, insieme alle altre “roccaforti” ionico-messinesi. Una prova muscolare a tutto campo, agli occhi dei futuri alleati, sapendo che in molti casi gli avversari di turno sono modesti e disorganizzati e poi nel 2027 De Luca intenderà concentrarsi soltanto sulle Regionali e le Politiche.
Taormina è una ribalta importante, una vetrina politica e mediatica che serve da trampolino di lancio verso le prossime sfide ma lo scenario delle dimissioni nel 2026 cominciare a diventare una strada quasi obbligata e anche conveniente, sapendo d’altronde che dall’altra parte si sono addormentati nel grande oblio del riposo (politico) semi-eterno e c’è una prateria davanti per mantenere il controllo della città. I fantasmi anti-deluchiani della politica paesana hanno regalato Taormina a piene mani a Scateno per una legislatura e poi, probabilmente, al suo prossimo adepto che – da “miracolato” di turno – avrà la sua concreta chance di trovarsi catapultato alla sindacatura per il quinquennio successivo.
Intanto, il palazzo municipale taorminese è saldamente in mano all’esperto, Massimo Brocato, sindaco “ombra” con delega deluchiana ai pieni poteri, che avrà l’onere sempre più pressante di reggere l’Amministrazione della città da qui in avanti. Mentre De Luca tratteggia la Sicilia che “vorrebbe”, torna a girare l’isola e si concentra sulle trame palermitane e romane, Taormina si avvicina a grandi passi al prossimo capitolo del romanzo: exit strategy del sindaco con designazione finale dell’erede al trono. E i pretendenti già fremono e sgomitano, in modalità “Fiat voluntas tua”, in una guerra di posizione all’ultima devozione.


