Il tira e molla tra Donald Trump e l’Iran continua a non trovare una soluzione risolutiva. Tra annunci, ultimatum che sono in realtà “penultimatum”, minacce e dichiarazioni a ripetizione, il conflitto non si chiude e la diplomazia non arriva al punto finale della contesa.
Rimane una frattura profonda tra l’approccio muscolare di Washington e soprattutto la paralisi decisionale di Bruxelles, con un’Europa debole e che non sa mettere alle strette il Presidente degli Stati Uniti. Trump non ha mai fatto mistero di concepire le relazioni internazionali non come un terreno di diplomazia multilaterale, ma come un tabellone d’affari dove il potere si misura in termini di vantaggi economici immediati per il proprio Paese. La sua strategia aggressiva nei confronti di storici fronti di tensione come l’Iran, unita alle costanti pressioni sul Venezuela e al rinnovato congelamento dei rapporti con Cuba, risponde a una logica mercantilistica. Per l’amministrazione americana, la politica estera è lo strumento principale per stimolare la crescita interna, proteggere i mercati nazionali e imporre sanzioni che, prima ancora di isolare i regimi avversari, servono a favorire le aziende e l’energia statunitensi. Questo “imperialismo transazionale” ridefinisce l’ordine mondiale secondo la legge del più forte, trasformando in pratica ogni crisi diplomatica in una trattativa commerciale bilaterale.
Di fronte a questa spinta a senso unico, l’Europa si conferma debole e incapace di esprimere una voce univoca e autorevole. L’Europa è intrappolata in una rete fatta di veti interni e in una cronica timidezza istituzionale che gli impedisce di contrapporsi o anche solo di interloquire alla pari con la Casa Bianca. Le cancellerie europee oscillano costantemente tra il timore di ritorsioni economiche da parte americana e la necessità teorica di difendere il diritto internazionale e gli accordi multilaterali, come quello sul nucleare iraniano. Questa mancanza di coraggio politico condanna l’Europa a subire le decisioni altrui e le conseguenze dei conflitti altrui. Lo dimostra la guerra solitaria di Trump all’Iran.
E dovrebbe far riflettere, invece, il fatto che sul fronte del conflitto in Ucraina, la postura di Donald Trump sia un’altra, svelando limiti e le contraddizioni di un approccio muscolare che quando si parla di fermare la Russia non è mai stato tale. A differenza della linea di massima pressione adottata contro l’Iran, con Vladimir Putin il presidente americano evita il braccio di ferro, muovendosi tra il disinteresse strategico e la convenienza politica. Trump non vuole, o forse non può, permettersi uno scontro diretto con Mosca: da un lato, vede la guerra ucraina come un costoso fardello europeo che drena risorse statunitensi senza un immediato ritorno economico per Washington; dall’altro, riconosce nella Russia un interlocutore nucleare troppo rischioso da minacciare apertamente. Questa prudenza si traduce nella volontà di congelare il conflitto, anche a costo di spingere Kiev verso la prospettiva di dolorose concessioni territoriali.
Le geometrie variabili della politica estera statunitense trovano la massima e più eloquente espressione in Medio Oriente, dove Trump concede a Benjamin Netanyahu una totale e incondizionata libertà d’azione su Gaza. Mentre l’Iran, come detto, viene pressato e soffocato da sanzioni ed esposto a costanti minacce militari, l’alleato israeliano riceve un assegno politico e diplomatico in bianco, per portare avanti i propri obiettivi bellici senza alcuna linea rossa da parte di Washington. Per Trump, lasciare carta bianca a Netanyahu risponde alla necessità di soddisfare la propria base elettorale interna e i potenti finanziatori pro-Israele, ma serve anche a delegare interamente la gestione della sicurezza regionale a un partner fidato. Il risultato è un doppio standard macroscopico: intransigenza assoluta e sanzioni contro i regimi ostili, ma totale tolleranza e disimpegno etico di fronte alle azioni dei partner strategici o dei rivali troppo pericolosi da sfidare. Il doppiopesismo di Trump, intransigente in alcune situazioni e distratto o permissivo in altri contesti, è il filo conduttore di questa stagione politica americana, alla quale non sa fare da contrappeso un’Europa debole e divisa. Questa spirale di sanzioni e tensioni geopolitiche finisce così inevitabilmente per scaricarsi sui mercati globali, innescando pesanti aumenti e un generalizzato caro prezzi che colpisce i consumatori.


