TAORMINA – Ad un anno dal voto, ai nastri di partenza di una campagna elettorale che di fatto è già iniziata, a Taormina in tanti – e per lo più i soliti – si (auto)candidano alla sindacatura ma si ha la netta percezione che nessuno abbia compreso la reale complessità del momento e pare, soprattutto, che nessuno si stia ponendo il problema di cosa si intende fare a Taormina da qui ai prossimi cinque anni.
I generali scendono in campo senza l’esercito, con le truppe dell’io e l’autocertificazione del “mi candido”, ma per fare cosa? Si è sempre detto che i programmi amministrativi siano come la carta igienica, se ne parla prima del voto e poi la si getta nella tazza del wc, tirando lo sciacquone una volta finite le elezioni.
Ma stavolta Taormina può permettersi il lusso di altri cinque anni di tarantelle paesane che non rilanciano la città e la tengono a bagnomaria, a vivacchiare tra alti a bassi? Si potrà andare avanti senza tracciare la rotta e stabilire il percorso e le priorità ma soprattutto senza poi fare scelte strategiche?
Il mondo del dopo-Covid, dentro la folle guerra in Ucraina che è diventata alibi perfetto per aumentare tutto, chiama chi amministrerà Taormina nei prossimi cinque anni ad una sfida ad alto coefficiente di difficoltà, in cui difficilmente si potrà navigare a vista. Il bivio è lì e non lo vede soltanto chi non lo vuole vedere: o si riparte e ci si rilancia in maniera totale o si affonda e poi in tanti piangeranno. Si va, insomma, oltre il problema del “vince Tizio, io tifo per Caio, io voto Sempronio”. Al netto del solito godimento da fascia tricolore che attende chi si aggiudicherà la prossima sindacatura, per una volta c’è da accendere i neuroni e fare una riflessione a campo largo, con una premessa seria, che appare quasi banale: mai come nel prossimo quinquennio la qualità dell’azione amministrativa si rifletterà sul futuro delle attività economiche e delle famiglie.
Il sistema Taormina sinora ha fallito e non è un caso che il Comune sia finito al dissesto finanziario. O si cambia e si rema tutti dalla stessa parte senza le solite supercazzole di simpatie e antipatie di cortile o non si va da nessuna parte. O ci si organizza e si mette in campo una visione futura di paese lucida, coesa e coerente nell’approccio e nell’attuazione, o sarà un’altra tornata di voto inutile che servirà solo per aggiornare l’albo di carbone del flop politico taorminese. E qui è diventato ormai un flop ultraventennale dove non ci sono più vergini vestali.
Repetita iuvant: quelli che sono già in pista, vadano oltre le ambizioni d’annata e i voli pindarici senza paracadute: facciano con attenzione tutte le valutazioni del caso, prendano consapevolezza della situazione per se stessi ma prima ancora per l’interesse generale degli altri. Chi se la sente di correre, stavolta non potrà accontentarsi di fare lo sprint di primavera per poi mettersi a camminare all’indomani e la carovana al seguito non potrà procedere ad andatura turistica né limitarsi al contorno delle chiacchiere da chat e della parata estiva al Teatro Antico. Il cambio di passo non è più un optional, è una barca dove ci siamo tutti e, mai come stavolta, chi la comanderà avrà sulle spalle il carico da novanta del destino di un’intera comunità.


