HomeParlamentoSalvini-Meloni: pace e poi scintile per i collegi

Salvini-Meloni: pace e poi scintile per i collegi

Avevano litigato sul voto per il Quirinale che ha portato al Mattarella bis e in una fase in cui il Capo della Lega si era preso la scena per poi sbagliare di tutto e di più. Ora, dopo mesi di gelo, tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni è tornato il sereno perché il 25 settembre si vota. “Ce l’abbiamo fatta”, si sono detti al telefono dopo la caduta del Governo, per poi cominciare a preparare insieme la corsa alle elezioni in programma tra due mesi. Tutto risolto, o quasi.

C’è già una questione che torna ad agitare le acque del rapporto tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini: si tratta dei collegi uninominali la cui conquista garantisce il successo di una coalizione alle elezioni, forse la maggioranza assoluta, ma che comportano una loro ripartizione tra i partiti, il che implica frizioni iniziate già dopo le amministrative. Un problema presente anche nel centrosinistra ma in termini meno accentuati. Fratelli d’Italia vuole il 55% dei collegi uninominali, mentre Lega e Forza Italia dicono no. Alla fine gli alleati-contendenti troveranno la quadra?

La legge elettorale, il Rosatellum, stabilisce che 3/8 dei seggi di Camera e Senato siano assegnati in collegi uninominali e i restanti con metodo proporzionale tra le liste dei partiti. Quindi 147 dei 400 seggi della Camera e 74 sui 200 di Palazzo Madama vengono assegnati negli uninominali, dove basta un voto in più per vincerli. Chiaramente più ampia è la coalizione e maggiore è la possibilità di vincere questi collegi e così avere una maggioranza più solida nei due rami del Parlamento.

Secondo alcuni sondaggi che precedevano la caduta del Governo Draghi, il centrodestra con il 45% dei consensi veniva dato tra il 62 e il 66% dei seggi, tanto che tra le fila della sinistra c’era chi aveva fatto un appello al M5s, ritenendo che la rottura dell’alleanza elettorale con il centrosinistra produrrebbe effetti devastanti da quella parte, vale a dire un centrodestra oltre il 60% dei seggi e vicino a quei 2/3 con cui si potrebbe poi cambiare pure la Costituzione.

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