È il 24 febbraio quando le sirene suonano per la prima volta a Kiev e l’impensabile diventa una tragica realtà.
La città è sotto tiro dei missili russi: i carri armati che da settimane si assembrano al confine varcano la frontiera. È l’inizio di un conflitto che dopo 100 giorni non accenna a finire. Ma che si è trasformato nell’arco di tre mesi, dopo il tentativo fallito di un blitz che nei piani del Cremlino avrebbe preso la capitale in poche settimane. Per la popolazione, si prospetta una scelta drammatica: una lunga resistenza o la fuga. I profughi di questa guerra sono più di cinque milioni.
A inizio marzo si inizia a capire che la difesa ucraina, assistita dalle armi dell’Occidente, può essere efficace contro l’aggressione. Mosca deve rivedere i piani. Dopo lo shock iniziale, gli ucraini si ispirano al Presidente Volodymyr Zelensky, che in tenuta militare sfida pubblicamente il Cremlino.
Un’immagine stridente con quella di Vladimir Putin, apparso spesso isolato e distaccato, forse neppure davvero consapevole delle sconfitte del suo esercito. Ma al ritiro delle forze russe, emergono i massacri di civili di cui mosca dovrà rispondere davanti alle istituzioni internazionali. Come quello di Bucha, dove vengono rinvenuti centinaia di cadaveri gettati nelle fosse comuni e decine abbandonati in strada, dopo sommarie esecuzioni.
Un orrore a cui l’Occidente reagisce con le sanzioni alla Russia e il sostegno militare a Kiev, nonostante le titubanze iniziali di alcuni Paesi della Nato.
A maggio inizia la fase due dell’offensiva. Ritirata da nord e ovest, la Russia concentra gli sforzi a est, per consolidare il dominio sul Donbass e aprire un corridoio di terra verso la Crimea occupata. Dopo mesi di lotta, cade la città di Mariupol, uno dei centri nevralgici di quest’area.
Al giorno 100 del conflitto, la città di Severodonetsk è il nuovo campo di battaglia. L’esercito russo e i suoi alleati avanzano lentamente, scontrandosi con sacche di resistenza sempre più esigue. Gli ucraini aspettano i rinforzi occidentali con cui sperano di ribaltare la situazione di un conflitto che prende sempre più i contorni di una guerra di logoramento.
In tre mesi i successi di Mosca sono esigui. Vladimir Putin non è riuscito a rovesciare il governo democratico di Kiev guidato dal presidente Volodymyr Zelensky e ha rafforzato sia la Nato sia l’Unione europea. Finlandia e Svezia stanno per entrare nel Patto atlantico abbandonando le loro posizioni pluridecennali di neutralità. La Nato e i danesi hanno votato questa settimana per aderire alla politica di difesa dell’Ue.
Mosca ha incontrato una forza difensiva molto più forte e determinata del previsto, che ha spinto i russi a ritirarsi dalla regione di Kiev e riorganizzarsi nell’est dell’Ucraina. Secondo le stime occidentali, la capacità di combattimento dell’esercito russo si è ridotta di circa il 20%.
Nel frattempo, le sanzioni senza precedenti dell’Europa, sostenute dal G7, stanno intaccando la base industriale della Russia.
Fonte: Euronews


