“Illustrissimo Signor Presidente della Repubblica, illustrissima Presidente del Consiglio dei Ministri, politici tutti, sono Franco il papà di Lorena, un padre distrutto. Mia figlia era una brava ragazza straordinaria, educata e studiosa e dedita al studio e al lavoro. Aveva tanti sogni e progetti, ma ora non ne ha più e con lei in fondo a quel cavalcavia è sepolta anche la voglia di vivere la voglia di vivere una famiglia distrutta. Chiedo a tutta la politica di essere unita, prendete provvedimenti all’unanimità, senza destra né sinistra, affinché tragedie come quella di Lorena non accadano più. Lavorate nelle scuole, potenziate i centri antiviolenza e gli strumenti normativi per prendere provvedimenti affinché non succeda più. Ve lo chiedo con tutto il cuore un abbraccio a tutte le donne italiane“.
Sono le parole diffuse in un video da Franco Isceri, il padre di Lorena, la 45enne uccisa dall’ex compagno, che l’ha lanciata da un viadotto dell’autostrada A1.
L’ennesimo caso di femminicidio, che si poteva e si doveva evitare è quello di un uomo che ha atteso la sua ex in un garage al suo ritorno dal lavoro. Poi l’avrebbe picchiata, immobilizzata e infine rinchiusa nel bagagliaio del proprio Suv. Nonostante il terrore, Lorena era riuscita a chiedere aiuto utilizzando un cellulare di servizio custodito all’interno di una sacca nel bagagliaio. Aveva contattato prima un amico e successivamente il 112, rimanendo in linea con la centrale operativa per 20 minuti. “Mi ha rapita, mi vuole uccidere”, avrebbe detto agli operatori. Parole disperate che hanno preceduto l’epilogo agghiacciante di questa vicenda.
Lorena Isceri è stata gettata dal cavalcavia della A1. E, dopo il delitto, Vella è rimasto per circa quaranta minuti oltre il guardrail, mentre polizia e vigili del fuoco tentavano di convincerlo a non compiere un altro gesto estremo. Alla fine si è lanciato nel vuoto. Prima di suicidarsi, l’uomo avrebbe inviato alla madre di Lorena un messaggio: “Tua figlia è morta”.
Un altro femminicidio si è compiuto nella maniera più tragica ed è la sconfitta totale di uno Stato che la violenza sulle donne la combatte il giorno dopo. Quando l’irreparabile si è compiuto. La solita retorica mediatica che non serve a nulla, una solidarietà che non salva le vittime e non può consolare le famiglie.
Lo abbiamo detto e scritto a più riprese che il tempo dell’ipocrisia è finito e la violenza continua, anzi esonda, perché i violenti hanno la consapevolezza che la faranno franca, in un modo o nell’altro. In questo drammatico caso l’aggressore si è tolto la vita ma diversamente cosa sarebbe accaduto? Avremmo avuto forse un lungo iter giudiziario che avrebbe contemplato una perizia psichiatrica? Sarebbe andato all’ergastolo ma nel frattempo sarebbe stato forse riconosciuto incapace di intendere e volere?
Non ci può essere dibattito sul femminicidio. Non si può più esitare. La via da percorrere è chiara ed è soltanto una ineludibile esigenza di difesa della vita umana ancora prima che una questione politica ed istituzionale. Non servono a niente leggi (o leggine) che vengono aggiornate, corrette e integrate a ripetizione perché non risolvono il problema e si posizionano in equilibrio precario a metà strada tra la difesa della vittima e la tutela del carnefice. Nei casi di femminicidio non possono esistere compromessi di alcun genere e la giurisprudenza deve contemplare una scelta di campo, chiara e netta. Il diritto non può rappresentare un limite. Zero attenuanti, nessuno sconto di pena, rigore senza deroghe e basta perizie. Via anche i braccialetti elettronici, che non saranno mai un valido deterrente a non avvicinarsi alla donna molestata. Con le bestie esiste un’unica soluzione: la fermezza assoluta.
Le cose da fare sono due. La prima cosa è insegnare la cultura del rispetto delle donne e della non violenza nelle scuole, dove invece si perde troppo tempo con il nozionismo vuoto e la retorica di una lunga serie di inutili materie, non si insegna la vita vera ed il suo valore. La seconda cosa è legiferare, nei casi nei quali l’accaduto ha una dinamica conclamata, la condanna all’ergastolo per direttissima e prevedere misure ulteriori come i lavori di forza, visto che in Italia e in Europa non si intende procedere con una linea ancora più estrema.
Chi aggredisce una donna, deve sapere in partenza a a cosa andrà incontro e che esiste la certezza inesorabile di una pena, non morbida e neanche mite, ma dura, durissima. Sino a quel momento, sino a quando non si comprenderà e determinerà questo, avremo uno Stato che piange lacrime inutili e dispensa parole di circostanza ma, nel frattempo, continua a lasciare in balia delle bestie delle donne innocenti e indifese, consegnate ad un destino crudele da uomini che non sono degni nemmeno di essere chiamati tali e che considerano la donna stessa alla stregua di un oggetto di loro proprietà, che gli appartiene e di cui poter disporre a piacimento del diritto di vita e del potere di morte. Ecco perché la misura è colma e la linea di confine è stata superata. Le Istituzioni ascoltino Franco Isceri e provino un pò di vergogna perché da troppi anni fanno troppo poco per fermare questa barbarie. Le Istituzioni comprendano che sin qui lo Stato ha perso perché ha lasciato campo libero alle bestie. Così non si va più da nessuna parte. L’orrore del femminicidio non può essere una cosa normale e va combattuto e stroncato senza alcuna pietà. La politica abbia un sussulto di orgoglio, si unisca per una volta – tutta e senza colori -, decida con coraggio e provveda in modo esemplare: la difesa della vita è un bene prezioso che appartiene a tutti e non può essere consegnato alle mani dei violenti.


