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Vannacci con Meloni: il vero piano del Generale e il “silenzio” della premier

L’addio di Roberto Vannacci alla Lega è stato letto e interpretato in modi opposti, da chi lo vede ormai fuori dal centrodestra e chi ha già fiutato, invece, quale potrebbe essere il vero scenario all’orizzonte, con il Generale ancora dentro il centrodestra. Il voto sull’Ucraina ha già dato un indizio chiaro sulla direzione in cui vuole andare il leader di Futuro Nazionale. “Non sarò strumento della sinistra”, ha sottolineato Vannacci, gelando le aspettative di chi lo considerava ormai il “detonatore” della sconfitta del centrodestra nel 2027.

Dopo l’uscita dalla Lega, la mossa di Roberto Vannacci appare meno impulsiva di quanto possa sembrare. L’ipotesi che prende corpo, infatti, è che il suo vero piano non sia quello di correre in solitaria, ma di restare dentro il perimetro del centrodestra, presentandosi alle prossime politiche in coalizione.

Non è un dettaglio che Giorgia Meloni non abbia alimentato polemiche né rilasciato dichiarazioni dure sul suo strappo con il Carroccio. Nessuna presa di distanza netta, nessun attacco frontale. Un silenzio che, in politica, spesso vale più di molte parole. La leader di Fratelli d’Italia sa che Vannacci intercetta un segmento preciso dell’elettorato: quello più identitario, radicale, insofferente ai compromessi di governo.

Ed è proprio su quel bacino che l’ex generale intende costruire il proprio spazio. L’obiettivo non sarebbe tanto sfidare frontalmente il centrodestra, quanto ritagliarsi una pattuglia parlamentare capace di pesare negli equilibri interni. Per farlo, Vannacci punta a drenare consensi soprattutto alla Lega, partito con cui condivide una parte di elettorato sensibile ai temi della sovranità, della sicurezza e dell’identità nazionale.

Fuori dalla coalizione, le prospettive sarebbero molto più incerte. Il sistema politico italiano, strutturato attorno a blocchi contrapposti, lascia poco spazio a formazioni isolate, soprattutto su un terreno già affollato. Vannacci lo sa: restare dentro il centrodestra è condizione necessaria per contare davvero. Dentro può condizionare programmi, candidature e linea politica. Fuori rischierebbe l’irrilevanza.

In questo schema, la posizione di Meloni è delicata. Ufficialmente non può avallare un’operazione che rischia di indebolire un alleato storico come la Lega e che mette in apprensione pure Forza Italia. Ma, allo stesso tempo, non può permettersi di escludere una lista che potrebbe risultare determinante in termini di seggi. Se il centrodestra si presentasse diviso alle elezioni del 2027, il rischio di compromettere la vittoria sarebbe concreto. Sarebbe un effetto domino sui seggi da conquistare e sul risultato complessivo che rischierebbe di spostare l’inerzia della partita in favore del centrosinistra.

Per questo la strategia più probabile è quella dell’inclusione controllata: tenere Vannacci nel perimetro della coalizione, senza però concedergli di esondare e avere troppa centralità politica. Un equilibrio sottile, che potrebbe rivelarsi complesso e instabile. Perché se l’ex generale riuscisse davvero a rosicchiare voti alla Lega, il suo peso contrattuale crescerebbe inevitabilmente.

Il paradosso è che Vannacci potrebbe rafforzare il centrodestra nel suo complesso, catalizzando i consensi della destra più estrema e di un pezzo degli astensionisti, e al contempo il Generale potrebbe ridisegnare gli equilibri interni alla maggioranza. E’ il grande timore (anzi l’incubo) di Matteo Salvini e della Lega, è motivo di preoccupazione altrettanto per Forza Italia, e Giorgia Meloni ne ha la consapevolezza. Ma un’alternativa non c’è. Ecco perché la partita non è più solo tra coalizioni e un confronto con la sinistra, ma un gioco di equilibri tutto interno alla coalizione stessa di governo.

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