HomeApertura"TRAPPOLA" POST-COVID PER LE IMPRESE: RISCHIO DI BOOM FALLIMENTI

“TRAPPOLA” POST-COVID PER LE IMPRESE: RISCHIO DI BOOM FALLIMENTI

Dopo due anni relativamente stabili, a partire dal prossimo autunno il numero dei fallimenti delle imprese potrebbe tornare a crescere, subendo una brusca impennata nel corso del 2023, che potrebbe risultare “letale” per diverse attività economiche. A lanciare l’allarme è l’Ufficio studi della Cgia. Da un lato c’è l’euforia del momento attuale e dall’altro la prospettiva che si possa andare incontro al fenomeno successiva di una contrazione della ripartenza dell’economia.

Tra il deterioramento del quadro economico generale – ascrivibile al caro energia/carburante e all’impennata dell’inflazione – l’impossibilità di cedere i crediti acquisiti con il superbonus 110 per cento – che ammontano a circa 4 miliardi di euro – e i mancati pagamenti della Pubblica Amministrazione (PA) nei confronti dei propri fornitori – che secondo l’Eurostat sono almeno 55,6 miliardi di euro – molte attività commerciali e produttive rischiano di dover portare i libri in tribunale. Con una specificità tutta italiana; per molte di queste imprese la chiusura definitiva non sarà causata dall’impossibilità di pagare i propri debiti, ma per crediti inesigibili, ovvero per insolvenze in grandissima parte imputabili alle inadempienze della nostra PA. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA.

Negli ultimi 10 anni, comunque, il numero massimo di fallimenti si è registrato nel 2014 (14.735 casi). Dopodiché, c’è stata una progressiva riduzione che si è arrestata nel 2020 (7.160 casi). Questo dato è stato sicuramente condizionato dalla particolarità di quell’anno: a causa del lockdown, infatti, ricordiamo che anche i tribunali fallimentari sono stati chiusi per molti mesi, influenzando negativamente la produttività degli uffici, anche in termini di sentenze. Nel 2021, infine, il dato ha iniziato a risalire e alla fine dell’anno si è attestato a 8.498 unità.

Eloquente è la situazione sul fronte di Bonus e Superbonus, in un contesto che dopo il boom l’edilizia ora teme il crack. «La situazione è drammatica – ammette il presidente di ANCE (associazione nazionale costruttori edili) Viterbo Andrea Belli, come riportato da “Il Messaggero” – e potenzialmente esplosiva». Il punto di rottura lo scorso novembre quando un ulteriore cambio delle regole sulla cessione dei crediti aveva ridimensionato la possibilità per le ditte di monetizzarli.

«Succede quindi che le nostre imprese hanno i cassetti fiscali pieni di crediti senza però ottenere in cambio quella liquidità necessaria per affrontare le spese anticipate». Crediti incagliati, a fronte di lavori già avviati, che quindi minacciano la tenuta finanziaria e i conti delle imprese per molte delle quali lo spettro del fallimento è reale. “La maggior parte degli istituti bancari e ancora prima CDP e Poste, hanno chiuso l’acquisto dei crediti. O li sblocchiamo o si rischia una tempesta perfetta – continua Belli -. In questo momento ci sono imprese che potrebbero avere difficoltà a pagare dipendenti, fornitori, tasse e contributi con il paradosso di avere dei bilanci sanissimi”.

Sulla cessione del credito, si è passati dalla cosiddetta cessione multipla a quella unica e poi, infine, alla possibilità di effettuare 3 cessioni, 2 delle quali vincolate, era stata giustificata con la necessità di frenare le truffe. Secondo il governo, che in questi giorni sta cercando la strada per dare risposta alle imprese conciliando la necessità di limitare le frodi senza inceppare il meccanismo del 110%, la soluzione potrebbe essere quella di permettere di cedere il credito non solo alle banche ma a tutti i soggetti professionali e le partite Iva, escludendo soltanto i consumatori privati.

«Ma una soluzione va trovata – continua Belli -. Il comparto edilizia è stato trainante per la ripresa dopo la pandemia e in questo momento, a causa del blocco dei crediti, il settore rischia un vero e proprio terremoto». La chiusura da parte delle banche è una mina che rischia di far saltare tutto un sistema, una filiera fatta non solo di costruttori ma di produttori di materiai, professionisti, servizi e posti di lavoro. Per capire l’impatto che un mancato intervento avrebbe nell’economia e sull’occupazione territoriale basta dare uno sguardo agli ultimi dati (maggio 2022) forniti dalla Cassa Edile: nel 2022 gli addetti all’edilizia sono saliti a 3300 unità (di questi il 60-70% nel capoluogo), più 1000 posti rispetto a due anni fa.

Il 2022, insomma, è diventato l’anno della verità, il momento del verdetto senza appello per chi riuscirà a resistere ma anche una potenziale trappola fatale per chi, invece, potrebbe illudersi di aver superato la fase critica ma poi dovrà alzare bandiera bianca.

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