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Taormina al bivio: ora la sfida è andare oltre De Luca, i “devoti” e il vuoto della non opposizione

All’incombere della stagione turistica 2026, a Taormina emerge in modo sempre più chiaro la crisi di un’Amministrazione comunale che non ce la fa a tenere il passo delle sfide sempre più complesse che è chiamata ad affrontare la città, non sa interpretare il momento e non è in grado (e nemmeno ha voglia) di accompagnare la filiera produttiva come potrebbe e dovrebbe fare.

Il governo locale arranca, ha un dominus, l’attuale sindaco Cateno De Luca, che ormai da tempo guarda altrove, con pochi ritagli di tempo da dedicare alla città che lo ha eletto nel 2023. Gira la Sicilia e si sta giocando tutto a Messina perché lì c’è il pass per rilanciare le sue ambizioni palermitane e per avere nuove carte da giocare alle Regionali. A Messina si sta confermando di gran lunga più abile dei suoi nemici e se li sta mettendo in tasca, ha enormi chance di farcela a blindare la “roccaforte” e forse riuscirà pure a prendersi Giardini Naxos. D’altronde, gli avversari fanno il gioco di De Luca, perdono tempo a farsi irretire da lui, anziché organizzarsi loro. Si fanno portare a spasso e cadono nella trappola, anziché farsi furbi e rendersi conto di come bisogna confrontarsi e mettersi in una posizione di superiorità o perlomeno di confronto alla pari. D’altronde un motivo ci sarà se Messina viene considerata la provincia “babba”. E la Ionica è il laboratorio perfeto, il più florido, di un sogno popolare di cambiamento, che poi diventa brusco risveglio con la militarizzazione (politica) dei territori.

Taormina però è sempre stata particolare, umorale e imprevedibile. Nessuno può sapere in che direzione andrà. Qui non c’è mai niente di scontato. Nel bene o nel male è da sempre così e, al di là delle contaminazioni demografiche e sociali che l’hanno cambiata nel tempo, la tendenza all’estrema volubilità della sua comunità locale, resiste e non è mai tramontata. Prova ne è che da queste parti nella primavera 2023 è stato eletto sindaco De Luca a furore di popolo con il 65% di consensi. Un plebiscito, e poi 12 mesi dopo, quel dato è crollato al 37% sul voto delle Europee, in una tornata in cui tra l’altro il sindaco della città era candidato lui e non aveva competitori di spessore a togliergli consensi sul territorio. Quel dato qualcosa significa. Chi lo ingigantisce sbaglia ma chi lo sottovaluta fa un errore peggiore.

A Taormina le elezioni sono fissate nel 2028. E’ un tempo ancora lontano ma nemmeno tanto, perché il quando lo deciderà De Luca e i suoi piani per un nuovo assalto al governo della Regione. Ma la trappola in cui non dovrebbe cadere Taormina è quella di immaginare di proiettarsi nelle future elezioni riducendo tutto a una banalissima e stupida sfida tra De Luca e i suoi oppositori. De Luca qui non si ricandiderà (a meno di assai improbabili ripensamenti) e designerà un candidato di sua fiducia. I vari pretendenti, su quel fronte, sconteranno tutti dei limiti oggettivi, a vario titolo. Dovranno misurarsi con la presenza ingombrante del sindaco uscente e con il bollino della devozione che significa guinzaglio. Il vento del malcontento oggi soffia forte su questo sindaco e su questa Amministrazione come ieri soffiava sui disastri del passato. Poi chiaramente la debolezza del fronte locale di minoranza è un salvavita per chi oggi amministra. Ci saranno altri fattori “partecipati” utili ad anestetizzare il rumore popolare, ma sino ad un certo punto.

Sull’altra sponda, gli anti-deluchiani taorminesi si illudono che possa bastare “cavalcare” l’onda della protesta. Ma le alternative che sono solo un “anti” non equivalgono a nient’altro che un cambiamento colorato di restaurazione. E a volte sono peggiori delle rivoluzioni fallite. A Taormina c’è un fronte di oppositori che per tre anni non ha espresso nulla, dentro e fuori dal palazzo municipale, per paura/terrore di Cateno De Luca o per pura comodità. E ora si pensa di mettere in piedi qualcosa con una strategia speculare, sul seme del sentimento anti-De Luca. E’ l’illusione del ribaltone di chi, in realtà, oggi non ha chance di riprendersi il governo della città e non ha nessuna figura in grado di trainare una riscossa credibile. Tutti i vari sognatori sono perdenti in partenza, i vecchi che vogliono tornare e i giovani che non sanno pazientare e fare gavetta. Non a caso qualcuno ha scritto giorni fa sui social un pensiero provocatorio, che deve fare riflettere: “De Luca ha tradito i taorminesi e non c’è mai ma se questa è l’opposizione tanto vale confermare De Luca per altri 20 anni”. L’assenza di De Luca va di pari passo con l’evanescenza delle presunte alternative.

Non si è ancora compreso che a Taormina il problema non è essere con De Luca o contro De Luca, alleati o avversari, amici o nemici, servi o partigiani, ma cosa si vuole fare e dove si vuole andare. Di sicuro la città deve andare oltre De Luca ma senza il tifo da stadio, superare la disputa paesana tra deluchiani e anti-deluchiani di cui i social sono il campo di battaglia di ogni istante. E’ qui che si annida il cuore della forma più attuale di quel paesanismo cronico che tiene in ostaggio le prospettive di crescita della città. La collettività spende tempo ed energie a concentrarsi non su quello che ciascuno potrebbe fare ma sul “processo” all’inadeguatezza della politica. E Taormina oggi, purtroppo, viene (non) portata avanti da una politica modesta, che stride con la grandezza del treno che sta passando per il territorio.

Manca la capacità di pensare in grande e di occuparsi intanto di quelle piccole di ogni giorno. Si parla di visione strategica ma in realtà non esiste una visione completa. Latita la forza di fare la differenza nella quotidianità, con i fatti e la costanza e non con l’illusionismo a spot.

Taormina ha bisogno di dare risposte all’immediatezza e guardare lontano, di capitalizzare al meglio le opportunità di questa fase, rendendosi conto che nessuno sa quanto potrà durare il momento felice di una destinazione. E come tutto, nella vita, ci sono i cicli, gli alti e i bassi. Per questo ci si deve impegnare ogni giorno, spendersi con dedizione per realizzare le piccole e grandi cose.

Il mondo dell’hospitality, albergatori, imprenditori, ristoratori, commercianti, le associazioni, sono stati abbandonati a se stessi o tutto al più ascoltati una tantum, vessati e tenuti distanti dal palazzo. E questo, ovviamente, vale per la gente, che in questa stagione non conta niente, marchiata con il bollino ingrato di una comunità di “evasori” e “zozzoni”, sbattuta dentro un acquario come una fossa dei sodomiti. Una cittadinanza attiva relegata al ruolo di ospite passivo in casa propria. Spettatrice di un film che non le piace e soprattutto non le appartiene.

E allora, il futuro di Taormina tra uno o due anni, quale dovrebbe essere? Può passare da qualche “fantoccio” senza personalità e senza autorevolezza che verrà indicato da Cateno De Luca dopo il test del “devotometro” e che diventerà una brutta copia, mediocre e telecomandata, dell’originale? O ci si deve consegnare a qualche oppositore da legittimare solo in nome del “pappagallismo” di una visione anti-De Luca, sull’onda di una protesta senza una proposta e magari privo, allo stesso modo, della caratura che serve per riprendere la guida di una città? Perché è chiaro e fuori discussione, che in entrambi i casi – e bisogna dirlo con onestà intellettuale – chiunque verrà dopo De Luca, raccoglierà l’eredità di un sindaco che, sì, è stato assente ma lascerà un vuoto di potere e di personalità. Taormina corre un rischio ancora peggiore, non può più affidare i suoi destini a soggetti deboli e improvvisati da mettere in un ruolo più grande di loro.

La prospettiva va ribaltata. Il domani di Taormina è un bivio che richiede il superamento della sterile polarizzazione di quartiere tra le storie di Cateno De Luca e la presunzione di un’alternativa preconcetta basata sulla demonizzazione ad personam. Occorre puntare invece alla costruzione di una classe dirigente autonoma e competente: quella che oggi non c’è e nessuno ha saputo creare. Andare “oltre” De Luca significa emanciparsi dall’ossessione del contrasto tra deluchiani e anti-deluchiani. Percorrere il sentiero del pensiero maturo di un progetto di crescita solido, in grado di trasformare la fortuna turistica attuale in uno sviluppo strutturale che sappia guardare ai prossimi decenni, a misura di visitatori e di una migliore vivibilità per la gente del luogo. Uscire dalla personalizzazione per entrare nella dimensione della condivisione. Smetterla con l’individualismo esasperato e la stupidità di livori, rancori e invidie paesane. Collaborare per l’interesse generale di tutti, non ostacolarsi per il comodo di pochi. Lavorare aiutandosi e non con l’attitudine puntuale a metterlo in quel posto agli altri.

La sveglia è suonata: o Taormina decide di prendere in mano il proprio destino con una visione di alto profilo, o resterà solo una splendida scenografia svuotata della sua anima e relegata a trampolino di lancio di quelli che non la amano e la usano. Una terza via non c’è. All’orizzonte s’affaccia un momento in cui Taormina dovrà assumersi la responsabilità di fare una scelta: decidere se riprendersi le chiavi di casa o continuare ad affittarle ad altri. Con la differenza, rispetto agli affitti turistici, che in questo caso ad oggi il vantaggio poi è tutto di questi “altri”. Inquilini che diventano padroni e il prezzo te lo fanno pagare loro.

La chiave per costruire una svolta è rivolgere lo sguardo al protagonismo vero di tutti gli attori della comunità. Mettere insieme più menti e fare una rivoluzione culturale. Azzerare il metodo e cambiare mentalità. La stagione delle chiacchiere ha fatto il suo tempo, l’era della retorica e della conflittualità paesana fine a se stessa è durata abbastanza. Non ci si può cullare in eterno sugli allori del mito di Taormina, bisogna rendere la città migliore nella qualità di chi la visita per vacanza ma anche di chi la vive abitualmente. Avere il coraggio di rimettere a posto le cose, senza inseguire i miracoli ma con la lucidità di mettere ordine in un’ottica di normalità. Correggere la rotta nella maniera più difficile che forse è la più semplice: cercando di essere tutti la migliore versione di se stessi.

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