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Scontri e aggressioni alla Polizia: basta carezze, con le bestie serve il “metodo Merli”

Le drammatiche immagini degli scontri avvenuti a Torino riportano d’attualità la questione irrisolta delle violenze che ormai sistematicamente le forze di polizia sono costrette ad affrontare e subire in occasione di manifestazioni di piazza. Cortei che poi diventano ogni volta un campo di battaglia, con le stesse scene che si ripetono: devastazioni, danneggiamenti, disordini ma soprattutto aggressioni a poliziotti e carabinieri che rischiano la loro vita al cospetto di delinquenti travestiti da finti pacifisti.

La scena più incredibile, la più sconvolgente, è stata quella di un poliziotto circondato e poi preso a calci e pugni in testa. Come sarebbe finita se non fosse intervenuto un suo collega a metterlo in salvo? Altri poliziotti sono stati bersagliati da sassate e bombe carta. E un blindato è stato dato alle fiamme. Lo Stato pensa di continuare a consentire questa vergogna? La democrazia e la legalità, il rispetto delle leggi e delle regole del vivere civile, la libertà e la sicurezza dei cittadini vanno difesi attraverso la capacità di reagire ai tentativi di escalation di violenza. La soluzione non è rimanere inermi a subire episodi intollerabili di cui Torino è stata solo una tappa tra le tante già avvenute e che rischiano ancora di verificarsi.

Ancora una volta le cronache del giorno dopo raccontano di chi prova a minimizzare l’accaduto e sbandiera una narrazione di comodo, che non sta in piedi e non è reale, mortifica le forze dell’ordine e offende l’intelligenza collettiva. “Erano solo una minoranza”, “non erano manifestanti”, “erano pochi infiltrati”. Una cosa è certa: si trattava, anzi si tratta – parliamone al presente – di delinquenti ai quali non si può più porgere l’altra guancia e non va concesso un altro millimetro d’azione. Lo Stato deve rispondere in maniera adeguata e quindi energica, senza farsi irretire o condizionare da chi vuole buttarla in caciara o prova a ricondurre il problema alla solita partita politica all’italiana. Non si possono più fare inutili discorsi di parte, chiacchiere tra chi è di destra e chi di sinistra, chi sta al centro, sopra o sotto. Qui la politica finisce e deve invece (ri)cominciare l’affermazione di un principio di sicurezza ineludibile: soggetti come quelli che hanno aggredito quel poliziotto vanno neutralizzati con fermezza.

I concetti espressi dai sindacati di Polizia sono chiari e totalmente condivisibili. “Basta chiacchiere, basta ipocrisie. Chiunque alza le mani su un uomo in divisa deve marcire in galera con le aggravanti del terrorismo ed eversione. Lo Stato si riprenda l’ordine pubblico con il pugno di ferro” un tentato massacro pianificato dai delinquenti”, ha dichiarato ieri sera il segretario nazionale del Cosap, Sergio Scalzo. E ha ragione. Come pure è legittima la richiesta urgente di un decreto legge straordinario. “Se il Governo non ha il coraggio di agire con leggi speciali, si assuma la responsabilità del prossimo martire in divisa. La nostra tolleranza è zero, la nostra pazienza è esaurita”, concludeva il documento del Cosap. E anche questa considerazione la sottoscriviamo.

Il dissenso non c’entra niente, quella che abbiamo visto ieri e che continua ormai da diverso tempo è violenza. Come pure è violenza quella che si è presa le strade di molte città italiane. E allora le forze di polizia devono essere messe nelle condizioni di difendersi e e opporsi al crimine. Non può continuare la follia di un Paese nel quale i difensori della legge devono operare a mani basse o conserte, trovandosi in balia dei criminali, anche a costo di rischiare la vita. E poi si verifica addirittura un ribaltamento dello scenario, facendo persino passare il malvivente di turno per vittima.

L’Italia è diventato un Paese dove, a metà tra follia estrema e idiozia in purezza, la legittima difesa, al di là del dovere di evitare eccessi, è stata svilita e depotenziata, umiliata e infine ridotta a tragica farsa. Così accendi la tv e in un talk show capita di ascoltare che se un cittadino si difende perché alle 3 di notte trova un ladro in casa, “deve tergiversare”. Non a caso c’è chi poi ha osservato: “Ma anziché sparare, per difendersi, cosa dovrebbe fare? Offrire un caffè ai delinquenti?”. Non occorre ricordare i casi di gioiellieri e commercianti che si sono difesi e sono finiti loro alla sbarra e per di più costretti a risarcire i loro aggressori o le famiglie di questi galantuomini.

E allora non servono grandi discorsi e non c’è da sforzarsi per ricercare chissà quale soluzione: la guerriglia urbana dei cortei di protesta, come pure quella delle città dove la criminalità si è presa pezzi di territorio e spadroneggia, vanno fermate in una maniera molto semplice.

Basta fare tre cose: la prima è quella di decretare, anzi legiferare, la certezza del carcere e non rimettere in circolazione quelle bestie 10 minuti dopo aver commesso fatti del genere.

La seconda è dare modo alle forze di polizia di difendersi e contrattaccare, come è giusto che sia, nel doveroso rispetto dei diritti umani ma senza alcun riguardo per chi si macchia di gravi comportamenti come quelli tenuti dai farabutti di ieri a Torino.

Di conseguenza la terza e ultima cosa è forse la più essenziale: le forze di polizia devono tornare ad essere rispettate e pure temute come accadeva un tempo, quando scene come quella di ieri non sarebbero esistite nemmeno in cartolina e aggredire un poliziotto o un carabiniere o anche solo definirli “sbirro di me**a”, era un esercizio di spregiudicatezza altamente sconsigliabile. Lo Stato deve mettere i tutori della legge nelle condizioni di fare serenamente e pienamente il loro dovere e di essere una presenza autorevole sul territorio di fronte alla quale chi delinque deve pensarci due volte prima di compiere certi reati. Per intendersi, c’è bisogno di quell’autorevolezza e di quei metodi diretti ed incisivi, senza carezze o convenevoli, che, al netto del contesto cinematografico, venivano perfettamente rappresentati nei poliziotteschi Anni Settanta del Commissario Maurizio Merli. Piaccia o non piaccia, quella è la strada per invertire la rotta: “metodo Merli”. Con buona pace di chi ancora si arrampica sugli specchi per difendere i cosiddetti “pacifisti” che stavano uccidendo un agente di Polizia. O vogliamo che prima o poi ci scappi davvero il morto?

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