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Sconfitte, faide e veleni: il centrodestra dopo Schifani è un campo di battaglia. Stavolta la strada è tutta in salita

Le elezioni Amministrative del 24 e 25 maggio scorso hanno rappresentato l’ennesimo campanello d’allarme per il centrodestra siciliano che rischia di presentarsi all’appuntamento con le prossime elezioni Regionali nelle peggiori condizioni possibili. Ancora sconfitte, un tracollo totale come quello a Messina e Barcellona, subito per mano di Cateno De Luca, ed altri “schiaffi” presi da Ismaele La Vardera che il 7 e l’8 giugno si presenterà con il suo movimento ai ballottaggi di Agrigento, Bronte e Ispica con importanti chance di piazzare un successo clamoroso. Un tempo l’avversario era il centrosinistra, che però ormai si è squagliato nell’isola. E il centrodestra rischia di prendere la stessa strada, anche se qualcuno non se n’è accorto o fa finta di non vedere il disastro che avanza nelle varie province e nei territori.

Il centrodestra siciliano litiga e “giochicchia” con l’idea, fondamentalmente sbagliata, che per riemergere dalle sabbie mobili possa bastare la stessa operazione politica fatta nel 2022. Allora venne comunicato al governatore del tempo Nello Musumeci, che non rappresentava una figura in grado di unire la coalizione e che la sua presidenza era stata anzi “divisiva”. Quindi non ci poteva essere un accordo sul suo nome. Ad accendere la miccia allora fu Gianfranco Micciché ma diversi altri big si nascosero dietro la posizione di Micciché pur pensando la stessa cosa. E adesso, alla stessa maniera, quando sarà il momento di proiettarsi davvero verso il voto del 2027, verrà notificato all’attuale Presidente della Regione, che il centrodestra ha altre idee e non punta sulla sua ricandidatura. Il punto è che se Musumeci, quattro anni fa, decise di farsi da parte e si aprì poi uno spazio importante nel Governo Meloni, di cui è diventato Ministro, il dopo Schifani sarà differente. Non si tratterà della medesima operazione di avvicindamento da espletare in modalità “levati tu che si mette lui”.

Intanto si dovrà capire se e quanto Schifani sarà disposto a farsi da parte e comunque il centrodestra, più che concentrarsi su un eventuale riposizionamento politico dell’attuale governatore, dovrà preoccuparsi di che fine farà la maggioranza di Giorgia Meloni alle Politiche. Dove per intendersi, ad oggi il centrodestra senza un accordo con il Generale Roberto Vannacci andrebbe incontro ad un incontro sicuro. Uno scenario che fa tremare i polsi a Forza Italia e alla Lega ma che è stato già compreso da Arianna Meloni. E quasi sicuramente anche dalla sorella, Giorgia.

E allora in Sicilia cosa succederà? Accadrà che non sarà sufficiente un cambio di poltrona tra un Re e un aspirante Re. Non potrà bastare, perché se nel 2022 Musumeci lasciava in eredità una coalizione piena di malumori ma in fin dei conti ancora compatta, stavolta la lite è partita in largo anticipo. Forza Italia rivendica il nome del candidato in sostituzione di Schifani, Fratelli d’Italia punta ad esprimere un proprio candidato. Si va verso una “guerra” politica aspra e di complessa soluzione tra il partito dei Berlusconi e quello di Meloni.

La Lega è un rebus perché Matteo Salvini difenderà Schifani sino a quando non sarà definitivo il cambio di rotta della coalizione e a quel punto anche il Carroccio ne prenderà atto e si presenterà al “gran ballo” degli accordi per garantirsi i propri spazi. Ma sullo sfondo sta spuntando e avanza “minacciosa” la sagoma politica del Generale Vannacci e di Futuro Nazionale, che promette di conquistarsi un ruolo nell’agone politico siciliano. E non si tratterà di pochi voti. Che per lo più verranno tolti proprio alla Lega e in quota parte “pescherà” pure nel campo di Fratelli d’Italia.

La prospettiva che si affaccia nitida all’orizzonte è quella possibile o probabile di un centrodestra diviso, al momento a pezzi e che farà un’enorme fatica a compattarsi. La strada è tutta in salita. Tanto più se i vari leader del centrodestra continueranno a coltivare l’illusione e la presunzione che poi, tanto alla fine, in un modo o nell’altro il “salvatore della patria” da candidare lo si troverà e gli accordi arriveranno. Quando il vaso si rompe, raccogliere i cocci è complicato e a volte non basta il Bostik.

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