Ristori per il calcio? L’azzardo dei club “piangi e fotti”

Ristori per il calcio? L’azzardo dei club “piangi e fotti”

4 Febbraio 2022 Off Di emanuelecammaroto

In tempi di pandemia il virus gioca brutti scherzi anche ai neuroni e nel caso dei presidenti delle squadre italiane di calcio siamo alla follia pura, che sposa l’assurdo all’ennesima potenza. Le società di Serie A invocano aiuti e ristori perché altrimenti il sistema salta e si rischia il fallimento. I club che gridano “aiuto, aiuto” sono quelli che da due anni hanno perso tutti gli incassi avendo lo stadio chiuso e al 10% della capienza, eccezion fatta per una breve parentesi che aveva portato ad una quasi normalità, ma sono anche e soprattutto gli stessi club che hanno goduto dell’ancora di salvataggio dei diritti televisivi e continuano a strapagare i propri calciatori (allenatori e dirigenti) milioni di euro, fregandosene della crisi generale. Si sta perdendo la grande occasione per istituire un salary cup e dare una sforbiciata a compensi da nababbi che non si possono dare più.

Il calcio italiano piange e fotte, con la mano sinistra urla che siamo al fallimento e con la destra fa la voce grossa con affari da 70 milioni (vedi il trasferimento di Dusan Vlahovic alla Juventus), e soprattutto il sistema mostra la spacconeria di bilanci indebitati da profondo rosso sino a 300-400 milioni di euro e che incredibilmente vengono tollerati dalla Covisoc mentre la stessa Italia “paracula” per un normalissimo piccolo imprenditore italiano non ha pietà e decreta il fallimento anche per un debito di poche migliaia di euro.

Il piagnisteo di numerosi presidenti di squadre di Serie A è un’offesa al buon senso e alla dignità di chi non arriva più neanche a fine mese e ci vuole davvero una gran faccia tosta ad aver chiesto al governo Draghi e alla sottosegretaria Valentina Vezzali “misure economiche di sostegno al comparto, giudicando insufficienti le risorse stanziate in Legge di Bilancio e nel decreto Sostegni ter”, ovvero 60 milioni di euro fra crediti d’imposta per le sponsorizzazioni, soldi a fondo perduto per le spese sanitarie sostenute (tamponi e sanificazioni) e il rafforzamento del Fondo unico a sostegno del potenziamento del movimento sportivo.

Nel 2021, nonostante la pandemia, gli stipendi dei dirigenti dei principali club della Lega sono saliti del 16% e solo nel 2020 in cui il Covid ha fatto irruzione sul panorama italiano e internazionale, le squadre di Serie A hanno staccato cedole per 138 milioni di euro ad agenti sportivi e procuratori.

Da inizio gennaio la Lega Calcio del dimissionario Paolo Dal Pino e la FIGC, fratturate al loro interno sul dossier norme statutarie con la fronda dei presidenti dei club vicini a Claudio Lotito e il numero uno della Federazione Gabriele Gravina, chiedono interventi urgenti. Per ora hanno ottenuto un tavolo tecnico con il governo per discutere dei ristori. Al coro di chi chiede interventi rapidi si sono uniti anche Assocalciatori e la Cids, l’associazione che riunisce le rappresentanze di calciatori (Aic), allenatori (Aiac), ciclisti (Accpi), pallavolisti (Aip), giocatori di basket (Giba), rugbisti (Air) e golfisti (Pgai). Servono “nuovi ristori per il mondo dello sport, un comparto economico importante per tutto il Paese nel quale sono occupate migliaia di persone”.

Il tema però è caldissimo. La sottosegretaria allo Sport Valentina Vezzali si muove cauta, ma ha fatto sapere che almeno per quanto riguarda il calcio “la crisi è precedente al Covid” e che “non si possono solo invocare aiuti di Stato. Il Governo e la politica possono spingere sull’acceleratore, ma per un reale cambio di passo, c’è bisogno che anche il calcio cominci a correre”.

A remare contro gli aiuti a cascata al mondo del calcio sono i loro stessi numeri. La FIGC di Gravina, che ha appena approvato il Budget 2022, ha festeggiato il 2021 con “il miglior risultato di sempre” in termini di valore dalla produzione (229 milioni di euro) si legge nella relazione alla variazione del Budget 2021 approvata dal Consiglio Federale lo scorso 25 novembre a Roma, superando addirittura il 2006 con la vittoria dei Mondiali. Merito degli Europei vinti dall’Italia e dalla valorizzazione del marchio commerciale della Federazione. I club sono in difficoltà e già prima della pandemia avevano un debito cumulato per 4,6 miliardi di euro. Ma non pare che i conti del Covid si siano ripercossi sugli stipendi di manager, calciatori e sulle campagne acquisti. Solo tra le società più importanti del panorama calcistico italiano (Juventus, Milan, Inter, Roma, Lazio e Napoli) emerge come nella stagione 2020-21 i compensi ai dirigenti siano cresciuti in un anno del 16%, toccando quota 12,7 milioni di euro. Il più “ricco” l’ex capo area sportiva della Juventus, Fabio Paratici con 2,7 milioni di euro, ora volato a Tottenham lasciando il posto nella Vecchia Signora a Maurizio Arrivabene (ex Ferrari) con il compito di mettere i conti in ordine. La “classifica” vede seguire a ruota l’ex amministratore delegato della Roma, Mauro Baldissoni, con 1,5 milioni di euro, come anche Beppe Marotta con l’Inter. Poi Paolo Scaroni, Presidente del Milan, e Claudio Lotito (Lazio) con 600mila euro.

E allora siamo tutti sportivi, amiamo il calcio ma è arrivato il momento di passarsi una mano sulla coscienza e dire basta a stipendi che non hanno più motivo di esistere. Il calcio è un pilastro dello sport italiano e dell’economia del Paese ma le società – che hanno pure usufruito del ‘Decreto Crescita’ e di quello degli ‘impatriati’, oltre alle agevolazioni sulle imposte – non hanno titolo per chiedere ristori. Bisogna tagliare gli stipendi, farlo a livello non nazionale ma di Uefa e Fifa, in ambito mondiale: e se ci sono calciatori che non ci stanno, escano pure dal campo e vadano nei campi, a “zappare”.