Le proteste in Iran entrano nella terza settimana consecutiva con un bilancio drammatico: secondo l’agenzia di monitoraggio HRA (Human Rights Activists News Agency), con sede negli Stati Uniti, sono 2571 le persone uccise dall’inizio delle manifestazioni.
La Ong, che ha verificato i nomi e le circostanze dei decessi, suddivide le vittime in 2403 manifestanti, 147 membri delle forze di sicurezza o individui legati al regime, 12 minori di 18 anni e 9 civili non coinvolti nelle proteste. Parallelamente, migliaia di persone risultano arrestate in tutto il Paese.
Il presidente statunitense Donald Trump è intervenuto nuovamente sulla crisi, annunciando che gli Stati Uniti imporranno dazi doganali del 25% su qualsiasi nazione che continuerà a mantenere relazioni commerciali significative con Teheran. Trump ha aggiunto che “tutte le opzioni restano sul tavolo” e ha promesso che Washington “aiuterà il popolo iraniano sulla via” verso il cambiamento, senza fornire dettagli immediati sulle forme di sostegno. All’interno del Parlamento iraniano, alcuni deputati hanno lanciato un allarme grave: se il governo continuerà a ignorare le richieste di miglioramento delle condizioni di vita e la drammatica instabilità della moneta nazionale, il Paese rischia una nuova ondata di proteste ancora più intensa e diffusa.
Da parte sua, il governo di Teheran ha ribadito la necessità di un “dialogo nazionale” e ha promesso interventi per affrontare le cause profonde economico-sociali della crisi, attribuendo però la responsabilità della violenza e dell’escalation a “interferenze e provocazioni esterne”. La copertura delle proteste resta estremamente difficile a causa delle restrizioni imposte alle comunicazioni e alla stampa estera. Le immagini e i video che circolano sui social mostrano scontri diffusi nelle grandi città, blocchi stradali e repressione delle forze dell’ordine, mentre la comunità internazionale continua a seguire con attenzione l’evoluzione della situazione.
MEDIA, “PERQUISIZIONI DEI PASDARAN NELLE CASE DEI MANIFESTANTI UCCISI”
Forze di sicurezza in borghese e membri delle Guardie rivoluzionarie iraniane, i pasdaran, hanno preso di mira le case delle famiglie delle persone uccise nelle recenti proteste nella parte orientale di Teheran. Lo riferisce il sito legato all’opposizione con sede a Londra Iran International citando proprie fonti, secondo cui gli agenti hanno effettuato incursioni intimidatorie, compresi spari, insulti e saccheggi di abitazioni. alle famiglie è stato ordinato di effettuare le sepolture dei loro congiunti rapidamente e in privato, altrimenti avrebbero dovuto affrontare il rischio di sepolture collettive. Le fonti hanno anche affermato che alle famiglie è stato detto che saranno state addebitate delle spese per l’uso di munizioni vere.
ARAGHCHI “TORNATA LA CALMA NEL PAESE”
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha affermato che la calma è stata ristabilita in tutto l’Iran dopo le proteste scoppiate il 28 dicembre contro il carovita e il regime. Le dichiarazioni sono avvenute, secondo Press Tv, durante la telefonata con l’omologo degli Emirati Arabi Uniti, sceicco Abdullah bin Zayed Al Nahyan. “Grazie alla vigilanza del popolo e delle forze dell’ordine, la calma è stata ripristinata”, ha affermato. Il capo della diplomazia iraniana è tornato ad accusare Israele e Stati Uniti di aver fomentato le proteste che “si sono verificate a seguito dell’istigazione di alcuni elementi terroristici da parte di Israele e Stati Uniti, con l’obiettivo di gettare nel caos le proteste pubbliche pacifiche”.
PROSEGUE IL BLOCCO DI INTERNET
Il blocco di internet in Iran, imposto a seguito delle proteste contro il governo, prosegue oramai da oltre 132 ore. Lo stima Netblocks. La connettività è stata bloccata lo scorso 8 gennaio, dopo circa dieci giorni dall’inizio delle proteste contro il carovita e contro il regime. Il blocco influisce sulla capacità degli utenti di accedere alle informazioni e di comunicare. Nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ammesso il blocco di internet, ma ha promesso che sarebbe stato ripristinato. L’assenza di internet impedisce di conoscere il numero reale di vittime provocate dalla repressione.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).


