HomeItalia - EsteriPnrr, arriva la prova del 9: così il Sud verrà fregato

Pnrr, arriva la prova del 9: così il Sud verrà fregato

Da tempo immemore si parla in Italia della necessità di riunire le “due Italie” di un Paese in cui la storia ha compiuto nel 1861 un processo di annessione e mai di reale unione tra Nord e Sud. Per colmare il gap tra Settentrione e Meridione si è detto che l’occasione giusta sarà quella del PNRR. In verità, con il solito chirurgico bluff all’italiana, si è deciso di assegnare alle regioni del Sud circa il 40% degli investimenti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza cambiando le carte in tavola e infischiandosene dell’obiettivo richiesto dall’Europa di riduzione dei divari territoriali nel contesto di politiche di rilancio.

Il PNRR è stato così varato con un vincolo normativo concernente la “Quota Mezzogiorno” (decreto legge n.77/2021), mentre al Dipartimento per le Politiche di Coesione è stato assegnato il compito di verificare periodicamente il rispetto delle quote assegnate alle regioni meridionali (pari a 86,4 miliardi di euro, al netto della quota cofinanziata). I risultati del secondo monitoraggio, diffusi il 10 ottobre scorso, fanno capire che la situazione è tutt’altro che incoraggiante. Nel complesso la quota di risorse PNRR assegnata al Mezzogiorno, fino giugno 2022, corrisponde al 41% del totale.

E qui casca l’asino, perché la normativa prevede che la quota dovrà essere raggiunta non soltanto nel complesso ma per ogni singola organizzazione titolare di misure, e a quanto risulta 9 su 22 enti non hanno rispettato il vincolo della Quota Mezzogiorno. In particolare – come ha evidenziato in un approfondimento Il Riformista – il Ministero dello Sviluppo Economico ha destinato il 24,5% al Mezzogiorno (4,495 miliardi su 18,117 totali), preceduto dal Ministero del Turismo con il 28,6% (654 milioni su 1,786 miliardi). I ministeri della Cultura, del Lavoro e della Transizione Ecologica hanno riservato tra il 38% e il 39%, non raggiungendo per poco l’obiettivo. É inutile sottolineare che i due ministeri che hanno destinato minori risorse al Mezzogiorno (e sono quelli più importanti per una politica di sviluppo) sono stati diretti da esponenti della Lega, ma sarebbe troppo facile imputare la responsabilità a questioni ideologiche (che pure sono presenti): i fattori strutturali spiegano in gran parte questo mancato adempimento.

Sui fondi resi disponibili dal Ministero dello Sviluppo Economico – come ha rimarcato Il Riformista – si riscontrano le problematiche delle imprese a richiedere i crediti d’imposta previsti dal programma Transizione 4.0, diretto a supportare e incentivare le imprese che introducono innovazioni, investendo in beni strumentali nuovi, materiali e immateriali, funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi. E c’è poi il problema delle procedure amministrative, attuate con bandi, emanati direttamente dai ministeri, e che riguardano il 55% dei fondi destinati al Sud, pari a circa 47 miliardi di euro. Imprese e amministrazioni locali meridionali non sono state in grado di partecipare a queste procedure e di proporre progetti in grado di risultare idonei e finanziabili, non solo per la carenza di competenze burocratiche, ma anche perché incapaci di far fronte alla quota di cofinanziamento prevista.

Siamo sicuri che il PNRR sarà la panacea dei mali o piuttosto passerà alla storia come l’ennesimo treno (forse l’ultimo) perso dal Sud?

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