Cateno De Luca, sempre più alle prese con lo spettro dell’isolamento politico, prova ad uscire dall’angolo in cui si è ricacciato di nuovo. L’ennesimo attacco al parlamentare milazzese di Fratelli d’Italia, Pino Galluzzo (…Oggi siamo protagonisti di una nuova fase che solo qualche onorevole scimunito della zona tirrenica ha interpretato come quella dell’isolamento. Ma quanto è scimunito? Lo capirà ben presto quale sia effettivamente oggi la nostra considerazione del mondo politico…”) è la rassicurazione inevitabile che doveva arrivare ai suoi sostenitori nella cena natalizia di autofinanziamento del suo partito, Sud chiama Nord.
“Dobbiamo decidere cosa fa da grandi. Rappresento gli scenari. Avremo la possibilità o di giocare una partita rischiosissima ma che ha in palio la presidenza della Regione. O giocare una partita meno rischiosa che ha in palio magari il secondo posto. Nelle prossime settimane dovremo valutare e fare delle scelte. Noi ormai siamo nella dimensione che consentirà a Sud chiama Nord di poter tradurre in termini di governo la traversata nel deserto che abbiamo fatto. Sento il peso dell’ambizione personale rispetto ad un progetto di poter incidere“.
Queste le parole di De Luca, in versione “datemi una leva e vi solleverò il mondo“. Poi c’è la realtà, ovviamente, che racconta altro e che l’attuale sindaco di Taormina sta vivendo e toccando con mano, con tutto il retrogusto dell’inconfessabile sapore amaro del momento. Ed è una fase nella quale, per intendersi, a quanto pare non mancano nemmeno travagli interni a Sud chiama Nord.
E allora De Luca, non senza il forte carico di tensione di questo fine anno, cerca un guizzo e uno spiraglio, insegue un varco attraverso nuove interlocuzioni politiche e tratteggia lo scenario all’orizzonte, partendo dalla necessità di sentirsi al centro di una scena dove gli attori lo stanno tenendo ai margini della contesa. De Luca profetizza cosa potrebbe accadere e lo fa a modo suo ma in sostanza fa capire che dovrà decidere se andare di nuovo da solo alle Regionali per il suo terzo assalto alla presidenza della Regione, o se invece desistere, fare un passo indietro e allearsi con il centrodestra o il centrosinistra. Da una parte il rischio concreto di rimanere fuori da tutto, dall’altra l’eventualità di allearsi per salire sul treno di una coalizione e stare dentro al prossimo governo regionale, pur sapendo che bisognerebbe sgomitare per conquistare spazi e che poi i numeri saranno l’arbitro di tutto. Di fronte ai prossimi risultati delle urne poi il peso specifico sarà quello, entreranno in campo i “lupi” della politica siciliana e li – si sa – non c’è visione strategica, storia o geografia che tenga.
Il punto di tutto adesso però è un altro: il centrodestra e il centrosinistra sono due mondi distanti che si incontrano su poche, pochissime, cose. Poi ci sono pure degli elementi sui quali le posizioni convergono a specchio e una di queste è il pensiero abbastanza condiviso, da destra a sinistra, nel ritenere che non ci si possa fidare politicamente di Cateno De Luca. La considerazione, insomma, è che si tratti di un potenziale alleato tanto esuberante quanto difficile da amalgamare con gli alleati di una coalizione. E allora Fratelli d’Italia e Lega hanno già battezzato pubblicamente la loro posizione su De Luca. Prima ancora di aver individuato i possibili candidati alla presidenza della Regione e sfidarsi di conseguenza.
Eloquente, durissimo, è stato il passaggio contenuto in una nota del partito di Matteo Salvini: “…Nessuno lo vuole, De Luca è rimasto isolato, perché tutti sanno con chi hanno a che fare e soprattutto conoscono la sua inaffidabilità…”. Quella stessa espressione, “inaffidabilità”, l’ha usata anche Luca Sbardella, commissario di Fratelli d’Italia in Sicilia. E qui è molto difficile immaginare che Sbardella si sia prodigato in un tale affondo senza avere ricevuto la benedizione da Roma a sganciare il siluro.
Analogo discorso è stato fatto dall’altra parte, nei giorni scorsi, da un autorevole esponente del campo largo, ovvero Nuccio Di Paola, coordinatore regionale dei 5 Stelle. Cariche di significato pure le sue dichiarazioni: “Forze politiche nazionali come Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi Sinistra chiuderanno sempre le porte a partiti che in altre regioni o in alcuni territori sono il centrodestra e poi vogliono stare non so con chi altro. A De Luca la domanda l’ho fatta alla sua convention a Palermo di “Ti Amo Sicilia”, gli ho chiesto lì con chi voleva stare. Gli ho detto “scegli” e poi l’ho visto in foto con Schifani a dire che “Schifani è il padre nobile”, in Calabria ha appoggiato Occhiuto, presidente di centrodestra e quindi alle Regionali era con loro. La politica è fatta di scelte“. Poi Di Paola ha aggiunto: “Non incontrerò Lo Giudice e non ho nulla da dirgli. C’è un discorso di credibilità nei confronti dei siciliani e te l’ho detto più volte. Questi giochini non funzionano. Non ho nulla per cui vedermi con Lo Giudice. A De Luca abbiamo dato l’opportunità di arrivare secondo nel 2022…”.
Insomma, l’approccio dei due forni, i calcoli per i Collegi elettorali e quindi la convinzione di risultare determinanti per la corsa ai seggi del Senato (con i dati delle ormai lontane Regionali 2022), la tecnica delle cene con l’invio del “missionario” politico Danilo Lo Giudice, che parte da Santa Teresa con furore e gira la Sicilia per interlocuzioni a destra e sponde a sinistra, e poi altre piroette varie e funambolismi cateniani, sono tutte strategie che non appassionano i due poli.
Tante, forse troppe, sono le riserve rispetto all’opportunità e alla volontà di imbarcarsi in un’alleanza ad alta probabilità di strappi, scintille e polemiche. Poi chiaramente bisognerà vedere anche e soprattutto il peso specifico che avrà il movimento di De Luca, perché tra il clamoroso 25% delle Regionali 2022 e il deludente 7,6% delle Europee c’è un mondo di differenza. Le Amministrative del 2026 ora diventano banco di prova e spartiacque che dirà il peso specifico aggiornato di Sud chiama Nord e la prospettiva politica di De Luca. A meno che l’Imperatore del Nisi non decida di staccare la spina all’Amministrazione Basile e ricandidarsi lui nel 2026 a Messina. Palazzo Zanca è l’unica vera via possibile rimasta per provare a rilanciarsi nella partita politica siciliana. Non sembra esserci altra strada e De Luca non può ammetterlo ma lo sa da tempo.


