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L’inferno del Ciclone, Sicilia colpita al cuore. La Natura ci ha puniti, ora rialziamoci

Sicilia, 21 gennaio 2026. E’ una giornata che non avremmo mai voluto vivere e meno che mai raccontarvi. Quando è iniziata l’allerta per l’arrivo del Ciclone Harry chi avrebbe mai pensato di vedere le scene a cui stiamo assistendo in queste ore in Sicilia? Nessuno. Non lo pensavano di certi quelli che imbrattavano i social sentenziando che si trattava del solito allarmismo o tutto al più una perturbazione come tante altre. Ma questo scenario non lo immaginavano nemmeno noi addetti ai lavori che avevamo invece contezza che qualcosa di brutto sarebbe probabilmente accaduto.

Nella serata di domenica scorsa, quando il Ciclone era ancora lontano dalla Sicilia ci siamo confrontati con l’esperto meteo, Salvatore Filloramo, insieme al quale abbiamo seguito l’emergenza su TN24 e vi abbiamo informato live, in tempo reale, e in un fuori onda delle nostre trasmissioni, a microfoni spenti, ci aveva anticipato che il litorale della zona ionica sarebbe stato spazzato via. Purtroppo così è stato, aveva ragione su tutta la linea. I satelliti e le carte non hanno mentito. Non hanno sbagliato di una virgola.

Oggi il mondo si è capovolto, la prospettiva si è ribaltata. La Sicilia che per noi è da sempre orgoglio e vanto, terra madre che i suoi visitatori considerano un lembo di paradiso in terra, si è trasformata in un inferno di macerie. E poi il mare. Istintivamente l’uomo è sempre stato affascinato dal mare. La sua bellezza, i suoi misteri e i suoi segreti. Ma anche una sottile angoscia, di fronte ad un mondo sconosciuto, troppo più grande di noi, dove l’uomo può finire in balia della Natura stessa e della sua immensa potenza.

Eccolo l’altro volto delle cose, il lato buio della vita che credevamo non esistesse o che, almeno da queste parti, non avremmo mai visto. L’uomo e la sua paura in uno spettacolo terrificante che ci vede inermi, impotenti. Un muro d’acqua, un teatro di devastazione totale, un affaccio terribile sull’apocalisse. Siamo certi che il sole tornerà, può e deve essere così, ma in questo momento è un’altra storia. La cronaca dei luoghi ci racconta un disastro di proporzioni enormi, senza precedenti.

Siamo andati sui luoghi, tra la gente e le macerie, a parlare con le vittime della mareggiata e ad osservare la devastazione, a toccare con mano le ferite impresse nella carne della popolazione e nel cuore del territorio. Nulla rende di più l’idea del contatto visivo e diretto con questo dramma.

A Giardini Naxos, a Letojanni e a Mazzeo, come nell’intera riviera ionica, lo scenario lasciato dal passaggio di un ciclone in Sicilia sembra il giorno successivo ad una guerra, l’eredità di un terremoto. Un misto straziante di desolazione e resilienza. Abbiamo camminato tra lidi distrutti, abitazioni colpite, attività commerciali inondate. Piazza inghiottite dal mare, ringhiere divelte, sabbia sino ai vicoli interni ai paesi.

Le strade, solitamente inondate di luce e di gioia, ora appaiono sommerse dal fango e detriti, mentre la furia dell’acqua non ha risparmiato niente. La mareggiata ha fatto scempio di tutto quello che ha incontrato e ha scatenato la sua potenza più dirompente e brutale. C’è chi piange e si dispera perché ha perso tutto, chi si è rimesso già al lavoro per salvare il salvabile. Alcuni lasciano le proprie case che non sono più sicure, altri si chiedono come sarà possibile rimediare ai danni.

E’ uno scenario surreale, pazzesco, scandito dall’urlo del mare che non si ferma e non ne vuole sapere di ritirarsi, il rumore dei mezzi che spalano il fango e le idrovore in azione. Edifici che non esistono più, fabbricati scoperchiati e una infinità di piccole e grandi infrastrutture travolte dalle onde. Il rumore più assordante della catastrofe, però, è nelle lacrime delle persone che hanno perso un’attività costruita con la fatica e i risparmi di una vita.

E’ difficile parlare e scrivere di ripartenza in questa giornata ma bisogna farlo. Emerge un barlume di luce osservando la dignità indomita di un popolo abituato a lottare, che tante altre volte è stato colpito ed è ripartito. I siciliani non mollano. E’ nel loro dna.

Lo sguardo dei siciliani è scosso e stordito ma non resta fisso sulle macerie: c’è una solidarietà spontanea che corre lungo quelle strade, dove vicini e volontari si sporcano le mani insieme per liberare i passaggi e aprire un varco verso il futuro. È un paesaggio sconvolto nel profondo, ma che urla il suo dolore e freme di una voglia feroce di normalità. La tentazione di arrendersi si piegherà alla voglia di rialzarsi.

La verità è che la Natura si è ripresa quello che le appartiene e le abbiamo portato via. Probabilmente siamo stati puniti, come da sempre capita ai comuni mortali, in altre epoche lontane e come accadrà quando non ci saremo noi. La Natura ci ha ricordati che non siamo niente al suo cospetto, solo naviganti di passaggio nel libro dell’eternità.

Le onde sono state il flagello severo di un promemoria, un monito duro per renderci consapevoli che non possiamo far finta di non capire e non vedere quello che l’uomo ha fatto e che continua a fare in ogni angolo del pianeta. La mareggiata è stata il killer di un delitto che abbiamo armato e commissionato noi stessi, con l’illusione di essere immortali e l’errata visione che la terra ci appartenga e che possiamo conquistarne pezzi e farne ciò che vogliamo. Non è così. Quella stessa fragilità del territorio è stata l’inesorabile biglietto d’andata che ci ha spediti in un viaggio collettivo all’inferno. Ora da lì dobbiamo tornare, risalire la china cupa e amara della tragedia. Farne tesoro per fabbricare con razionalità e buon senso il cantiere della speranza e della ricostruzione.

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