Lo scenario che incombe sulla Sicilia Orientale da qui alle prossime ore è legato ad un evento, un fenomeno di rara violenza: il Ciclone Harry. Un Ciclone Afro-Mediterraneo potenzialmente devastante che minaccia di portare sulle coste dell’isola venti forti oltre 120 chilometri orari e onde alte tra i 7 i 10 metri, oltre a piogge torrenziali che potrebbero scaricare sui territorio in 3 giorni la pioggia che di solito cade in un anno. Una combinazione di elementi tale da mettere i brividi e che fa impressione soltanto a immaginarla. La stessa minaccia in arrivo in Sicilia interessa pure Calabria e Sardegna. Tre regioni e altrettante popolazioni unite in questi momenti da un sentimento condiviso, e legittimo, di inquietudine collettiva per quel che potrebbe accadere.
Non è un caso che la gente si stia mobilitando, giorno e notte, in ogni modo per provare a difendersi e a contrastare la violenza degli accadimenti ma soprattutto nel tentativo di limitare la furia delle onde, come ad esempio attraverso la preparazione di muri di sabbia e barriere New Yersey nelle spiagge, a protezione degli stabilimenti balneari. Davanti alle case e alle attività commerciali c’è chi sta barricando gli ingressi con tavole di legno e sacchi di sabbia. Si sa che c’è poco da scherzare con la Natura.
L’attesa è lenta e drammatica e purtroppo le previsioni meteo non lasciano troppo spazio alla speranza che questo ciclone prenda un’altra strada e che non si verifichi ciò che si ipotizza. Eppure di questa possibile sciagura non c’è traccia sui media nazionali. La notizia non esiste, il Ciclone non c’è oppure è ai margini. Di certo non è un tema di primo piano. Chi se ne frega della Sicilia o della Calabria e della Sardegna.
In tv si parla di parla di tutto e di una infinità di argomenti, anche di quelli di cui non ce ne frega nulla. Tutto viene raccontato tranne che l’imminente arrivo di un ciclone che investirà le regioni del Sud Italia.
Non siamo particolarmente sorpresi noi che questo mestiere lo facciamo da tanti anni e lo conosciamo molto bene. La realtà è ampiamente cristallizzata da molto tempo o forse sarebbe meglio dire da sempre. I soliti “falchi” – o “sciacalli”, fate voi – del giorno dopo attendono che la Natura faccia il suo corso e che ci sia la conta dei danni. A quel punto si accenderanno i riflettori e comincerà una narrazione caratterizzata dall’enfasi, storie dove la gente è uno strumento per fare sensazionalismo. Insomma una solidarietà strettamente legata alla circostanza.
A nessuno però è venuto in mente che fosse più giusto e anzi doveroso dare prima la notizia del Ciclone Harry: occuparsi preventivamente di quello che sta già accadendo in questi momenti con la mobilitazione in atto alla vigilia del Ciclone Harry, informare i cittadini sui canali nazionali e dare un contributo molto importante in termini di prevenzione e di invito alla prudenza massima, affinché tutti siano pienamente consapevoli dei rischi che sussistono di fronte ad un evento del genere.
Il silenzio su quello che si prevede nel profondo Sud del Paese e quindi – almeno in teoria – sempre in Italia, non è solo una lacuna deontologica, ma una implicita forma di isolamento che rischia, a suo modo, di aggravare il pericolo. L’era del Web e la tecnologia hanno cambiato tutte le dinamiche dell’informazione e ribaltato le tradizionali gerarchie rispetto ai colossi del mainstream, ora la gente legge prima di tutto i giornali del proprio territorio e naviga lì, affidandosi a quelli che vivono ogni giorno al fianco delle comunità. Ma è chiaro che una carenza di notizie sul piano nazionale in questo caso c’è e non la si può negare.
Mentre le comunità locali si rimboccano le maniche in una corsa contro il tempo, con le mani sulla sabbia e gli sguardi rivolti a un cielo e ad un mare che incutono timore, l’assenza di un’allerta mediatica nazionale che vada di pari passo con quella territoriale, già scattata (per fortuna) in largo anticipo, è un qualcosa che fa pensare. E’ un vulnus per migliaia di persone, private di quell’ulteriore, prezioso, supporto informativo che, in tali eventi emergenziali, può fare la differenza e delineare una linea di confine tra sicurezza e tragedia. Siamo un Paese di anziani, pensate soprattutto a quell’ampia fascia di età che non va su Internet e guarda solo la tv, quindi un telegiornale, o che magari non ha parenti e non è del tutto consapevole dei rischi che potrebbero esserci.
Chi può dire cosa avverrà quando il cielo si oscurerà e il mare avanzerà? Riflettiamo, anche solo per un momento, e realizziamo che qualcosa non va. A volte ci troviamo di fronte a dei casi di allarmismo (sicuramente sempre da stigmatizzare) ma esistono anche quelli di sostanziale menefreghismo.
L’Italia preferisce ignorare il rombo del vento e il fragore delle onde finché non diventeranno (speriamo di no) fango e detriti da mostrare in primo piano come l’evento del giorno. Ma il vero momento per informare è adesso, non poi. La prevenzione non è un contenuto da ‘share’, è l’obbligo etico di aiutare a prevenire, non l’esercizio di unirsi poi alla preghiera del bollettino di ciò che è stato.
Sorvolare la minaccia del Ciclone Harry e rimandarne l’informazione significa voltare le spalle a interi territori, trattandoli come luoghi di “serie B”, buoni solo per le cronache dei disastri e mai per quelle della tutela. In questa lunga attesa degli eventi critici, la Sicilia, la Calabria e la Sardegna meriterebbero maggiore rispetto. Qui la gente non chiede compassione postuma, ma il diritto sacrosanto di essere vista e considerata, ascoltata e protetta prima che l’urlo del mare e la furia dei venti si prendano la scena. “Fare notizia”, è un atto di responsabilità pubblica che può salvare vite, specialmente – lo ribadiamo – tra le fasce di cittadinanza meno connesse. La voce della vita conta molto di più dello spettacolo del disastro. Bisogna informare, non fare i “cassamortari”.


